Sull’espulsione dell’imam di San Donà di Piave

video-memri-imam-san-dona-di-piaveL’arbitraria espulsione di ‘Abd al-Barr ar-Rawdî, imâm del centro Islamico di San Donà di Piave – in seguito ad un sermone (khutbah) riguardante la violenta aggressione sionista alla Striscia di Ghazah, che secondo fonti ONU ha provocato finora oltre 1850 morti, 270mila profughi e 5 miliardi di dollari di danni materiali – rappresenta una duplice sconfitta. Da un lato, una sconfitta per la comunità Islamica in Italia, ed una drammatica dimostrazione della sua condizione di debolezza politica e culturale; dall’altro, una sconfitta per le istituzioni nazionali, ed un tragico sintomo della loro incapacità di comprendere e di governare adeguatamente dinamiche complesse, legate tanto ai processi di integrazione degli immigrati di fede Islamica nel nostro tessuto sociale, quanto al ruolo del nostro Paese dinanzi a crisi internazionali di una tale portata e gravità.

Innanzi tutto, dichiariamo preliminarmente la nostra dissociazione e condanna nei confronti di qualsiasi invito all’odio ed alla violenza nei confronti della popolazione Ebraica nel suo complesso; dice l’Altissimo (ﷻ): «O voi che credete [..] non vi spinga alla trasgressione l’odio per quelli che vi hanno scacciato dalla Sacra Moschea. Aiutatevi l’un l’altro in carità e pietà e non sostenetevi nel peccato e nella trasgressione». [Corano 5:2]

In secondo luogo, prima di discutere brevemente l’episodio nei suoi aspetti fondamentali, è opportuno premettere che non siamo a conoscenza dello specifico decreto dispositivo di espulsione emesso ai danni di ‘Abd al-Barr ar-Rawdî: non possiamo dunque escludere che esso non si sia costituito esclusivamente sulla base di un singolo sermone, bensì su una collezione più ampia di elementi probatori raccolti a suo proposito, dei quali non ci è dato sapere. Tuttavia, annunciando pubblicamente questo decreto di espulsione, il Ministro degli Interni italiano lo ha giustificato riferendosi soltanto al sermone in questione – con tutto ciò che questo comporta dal punto di vista mediatico ed istituzionale: è su questa base che discuteremo quindi la materia, brevemente e nei suoi termini più generali.

Il video del sermone. Le riprese del sermone dell’imâm di San Donà di Piave – che l’avrebbe pronunciato il 29 Luglio 2014, secondo quanto indicato nel video diffuso su Internet – sono di fonte anonima, e sono state divulgate dal Middle East Media Research Institute (MEMRI), un’organizzazione no-profit con sede a Washington e diversi uffici nel mondo, co-fondata nel 1998 da Yigal Carmon, ex colonnello del Mossad.

Un sermone del Venerdì (khutbatu l-jumu‘ah) è generalmente articolato su due allocuzioni (khutbatân) di lunghezza variabile, precedute da una breve introduzione tradizionale, inframezzate da una breve pausa, in cui l’imâm siede per qualche momento sullo scranno del pulpito (minbar), e concluse da un’invocazione (du‘â’) più o meno estesa, che prelude all’appello ad elevare l’orazione congregazionale (iqâmatu s-salât). La sua durata può dunque variare da 10/15 minuti fino a 40/45 minuti ed oltre, in alcuni casi – a discrezione del predicatore (khatîb) ed a seconda dell’argomento trattato.

Il video del sermone di ‘Abd al-Barr ar-Rawdî si riduce nel suo complesso ad 1 minuto e 5 secondi di riprese: si tratta di brevi stralci, disomogenei e giustapposti, di cui non è possibile verificare la continuità logica e temporale – che sembra anzi piuttosto compromessa. Quest’operazione di selezione e di montaggio – che isola arbitrariamente alcuni elementi da un contesto assai più ampio ed articolato – dimostra il chiaro intento di mettere in risalto singoli passaggi polemici, a discapito della maggior parte dell’allocuzione, che in questo senso è oggettivamente impossibile valutare nel suo complesso.

I versetti coranici. Il minuto e 5 secondi di riprese si suddivide a sua volta in due parti: i primi 45 secondi riportano un breve passaggio del sermone, in cui l’imâm riferisce alcuni versetti coranici (âyât) relativi alle responsabilità dei figli di Israele (banî Isrâ’îl) nei confronti di Dio e dei Profeti, probabilmente – pur non potendolo verificare – mettendoli in relazione alla sanguinosa aggressione sionista alla Striscia di Ghazah.

Cosa possiamo aspettarci da un popolo i cui cuori sono come pietre, anzi ancor più duri? Cosa possiamo aspettarci da un popolo le cui mani sono sporche del sangue degli Inviati divini e dei Profeti, nonché degli innocenti indifesi? Cosa possiamo aspettarci da un popolo che ha perduto il rispetto nei confronti di Dio, dicendo a Mosè: «Mostraci Iddio apertamente [in maniera visibile, acclarata]» (Corano 4:153). Cosa possiamo aspettarci da un popolo che disse a proposito della santissima Essenza divina: «“La Mano di Dio è incatenata”. Siano incatenate le mani loro e siano maledetti per quel che hanno detto» (Corano 5:64). 

Un commentario approfondito di questi riferimenti coranici esula dai propositi di questa breve analisi. Sarà sufficiente rilevare sinteticamente, in questa sede, come tali riferimenti riecheggino direttamente il medesimo canone biblico ed evangelico a questo proposito. Nel Libro dell’Esodo (32) si riporta che

«il popolo, vedendo che Mosè indugiava nello scendere dal monte, si radunò intorno ad Aronne e gli disse: “Facci un dio che stia dinanzi a noi”. [..] Il Signore disse a Mosè: “Ho visto questo popolo, ed ecco che è duro di cervice. Ora lasciami fare: la Mia ira si accende contro di loro e li divora”».

Nel Vangelo di Luca (11:47), si riporta che il Cristo (ﷺ) disse:

«Guai a voi, che costruite i sepolcri dei Profeti, e i vostri padri li hanno uccisi. Così voi testimoniate e approvate le opere dei vostri padri: essi li uccisero e voi costruite. Per questo la sapienza di Dio ha detto: “Manderò loro profeti e apostoli ed essi li uccideranno e perseguiteranno”, perché a questa generazione sia chiesto conto del sangue di tutti i Profeti, versato fin dall’inizio del mondo: dal sangue di Abele fino al sangue di Zaccaria, che fu ucciso tra l’altare e il santuario. Sì, io vi dico, ne sarà chiesto conto a questa generazione. Guai a voi, dottori della Legge, che avete portato via la chiave della conoscenza; voi non siete entrati, e a quelli che volevano entrare voi l’avete impedito».

Non soltanto l’intero canone Ebraico è attraversato da ammonimenti di una durezza simile o perfino maggiore di quella che contraddistingue questi brani, ma la stessa tradizione sapienziale Ebraica ha poi frequentemente indicato nelle responsabilità storiche dei figli di Israele la causa prima del loro duplice esilio – senza considerare la vasta letteratura sapienziale Cristiana a riguardo. Come detto, non rientra nei propositi di questa breve analisi una discussione approfondita di questo tema dal punto di vista storico e dottrinale: è però opportuno rilevare come le espressioni riportate dall’imâm non siano in se stesse più dure di quelle presenti nei libri – e recitate nei sermoni – di una qualsiasi chiesa o sinagoga del nostro Paese.

L’invocazione. Gli ultimi 20 secondi ritraggono un brano dell’invocazione finale (du‘â’), in cui l’imâm di San Donà di Piave invoca il Signore contro qualcuno.

O Signore, mostraci in essi ciò che ci rallegra; o Signore, enumerali ad uno ad uno, uccidili tutti e non tralasciare alcuno di loro; rendi veleno il loro cibo, rovente l’aria che respirano, angosciante il loro sonno, cupi i loro giorni; o Signore, semina il terrore nei loro cuori [..]. 

Dal punto di vista espressivo, questo brano è incentrato sull’invocazione di Khubaib ibn ‘Adî, come è riportata nel Sahîh al-Bukhârî (64:40): compagno (sahâbî) del Profeta Muhammad (ﷺ), fu fatto prigioniero durante la battaglia di Badr (2/624), incatenato e condotto in processione fino al luogo dove sarebbe stato giustiziato, per vendetta. Dopo che ebbe recitato due metanie di orazione (raka‘ât) prima della sua esecuzione, e mentre i suoi carnefici già gli infliggevano le prime ferite, cominciando a smembrarlo vivo, gli fu domandato sprezzantemente se non avrebbe desiderato che in quel momento si trovasse al suo posto il Profeta Muhammad (ﷺ), cosicché egli potesse tornare libero. Egli rispose (che Allâh ne sia soddisfatto): «Per Dio, non vorrei trovarmi sano e salvo presso la mia famiglia nemmeno se a ferire Muhammad fosse una spina soltanto».

Essa costituisce dunque l’invocazione dell’oppresso e del condannato, che nel momento del suo martirio invoca l’Altissimo contro i propri carnefici, affinché la Giustizia divina si manifesti nei loro confronti in maniera completa ed estensiva.

I sapienti Musulmani hanno discusso quest’invocazione, apparentemente rivolta ad un numero indefinito di persone, spiegando che essa, sebbene sia lecita, andrebbe compiuta soltanto in casi particolari – così come qualsiasi forma di maledizione – e considerata in relazione ad un gruppo specifico di persone, distinguendo tra coloro che ne siano i legittimi destinatari e coloro che se ne debbano invece considerare immuni. Dice ad esempio l’Imâm Ibn Hajar al-‘Asqalânî in Fath al-Bârî:

E’ necessario che l’invocazione di sventura contro i politeisti sia specifica contro coloro che conducono guerra [contro i Musulmani], ad esclusione (dûna) di coloro che restano in pace.

Non si tratta soltanto, quindi, di un’invocazione relativa ad una condizione di grave ristrettezza e difficoltà, in cui la vittima si rivolge al Signore contro il suo carnefice, similmente a quanto ricorre frequentemente nello stesso canone biblico; si tratta altresì di un’invocazione il cui significato (ma‘nâ) è specifico, nonostante la sua espressione linguistica (lafz) sia generale – e che deve dunque considerarsi rivolta in via esclusiva a coloro che sono attivamente coinvolti in una situazione di conflitto, e non piuttosto ad un’intera popolazione nel suo complesso, indistintamente.

Nel caso dell’invocazione (du‘â’) formulata dall’imâm di San Donà di Piave, peraltro, il montaggio frammentario del video diffuso su Internet non permette nemmeno di comprendere se questa fosse direttamente riferita alle citazioni scritturali riguardanti il popolo di Israele, o se fosse piuttosto apertamente rivolta alle truppe sioniste attualmente combattenti nel territorio della Striscia di Ghazah.

Ora, laddove l’imâm avesse avuto l’intenzione di rivolgere quest’invocazione contro il popolo Ebraico nel suo complesso, ciò non rappresenterebbe né la posizione della tradizione Islamica in materia né il senso effettivo della formula rituale da lui utilizzata – come risulta evidente da una sua analisi più approfondita; d’altra parte, l’utilizzo di queste particolari formule rituali il carattere lacunoso e frammentario delle riprese in questione permettono di concludere con qualche sicurezza che questa fosse effettivamente l’intenzione dell’imâm ‘Abd al-Barr ar-Rawdî,  che egli si sia espresso veramente in una maniera tale da giustificare la sua immediata espulsione dal territorio nazionale.

Una questione di opportunità. A quanto è dato sapere, ‘Abd al-Barr ar-Rawdî non ha invitato i fedeli Musulmani presenti a rivolgere il proprio odio nei confronti della popolazione Ebraica presente in Italia od altrove nel mondo, ha invitato ad esprimerlo verbalmente o fisicamente; inoltre, non ha invitato i fedeli Musulmani presenti a partire per la Striscia di Ghazah, per sostenere militarmente la resistenza Palestinese o per soccorrere materialmente la popolazione locale – a differenza di quanto fatto sistematicamente dallo Stato e dall’esercito sionista, che prevede un apposito programma di accoglienza per le reclute provenienti da Paesi esteri, oltre ad incoraggiare l’emigrazione (aliyah, lett. “salita”) della popolazione Ebraica verso le terre di Palestina.

Si può dunque discutere sull’opportunità di invocare pubblicamente l’Altissimo affinché sostenga la popolazione oppressa della Striscia di Ghazah, manifestando la Sua potenza nei confronti dei suoi carnefici ed aggressori, ma non si può conculcare il diritto a farlo, attribuendo a tale invocazione un significato che essa di fatto non esprime.

Si può altresì discutere sull’opportunità di analizzare una crisi politica da un punto di vista strettamente religioso, che può risultare poco accorto della complessità delle problematiche in questione – prestandosi a facili equivoci, incomprensioni e strumentalizzazioni, e correndo il forte rischio di costituire d’altronde un ulteriore elemento di tensione, in seno a comunità peraltro assai distanti dal teatro delle operazioni militari, e costrette in una frustrante condizione di impotenza; ciò non può però costituire la ragion sufficiente di un’espulsione arbitraria, apparentemente basata soltanto sugli stralci di un sermone, estratti dal loro contesto da parte di una fonte anonima.

La debolezza della comunità Islamica. In questa vicenda, la debolezza politica e culturale della comunità Islamica italiana ha pesato sotto diversi punti di vista. A fronte dell’espulsione arbitraria di un cittadino Marocchino che ricopre la funzione di imâm presso un centro Islamico, solo pochi esponenti hanno provveduto infatti ad invocare quantomeno un processo equo, che accertasse ed eventualmente sanzionasse le effettive responsabilità dell’imâm – mentre alcuni si sono limitati a prendere le distanze dalla questione, senza entrare nel merito, od hanno perfino approvato il provvedimento ministeriale. Da questo punto di vista, l’assenza di un’Intesa con lo Stato italiano ed il conseguente, pedissequo sforzo di un ottenere un qualche tipo di accreditamento presso le istituzioni nazionali finiscono per indurre ad un’accondiscendenza non soltanto eccessiva ed inappropriata, ma anche contraria agli stessi principi della dignità e del diritto.

Tale debolezza si configura però a monte di questi episodi: la comunità Islamica non dovrebbe infatti porsi il problema di intervenire emergenzialmente in queste occasioni – cosa che, all’occorrenza, sarebbe comunque tenuta a fare; essa dovrebbe piuttosto costituirsi come referente dottrinale e culturale affidabile, cui le istituzioni possano riferirsi concretamente per realizzare una comprensione adeguata ed informata di tali questioni, evitando il più possibile il verificarsi di provvedimenti di questa gravità. Se un sermone congregazionale – profferito in lingua Araba classica, ricorrendo a determinate espressioni tradizionali ed a particolari forme retoriche – può costituire il pretesto per un decreto di espulsione basato su una traduzione in lingua Inglese realizzata a Washington, parte della responsabilità ricade anche su una comunità che non ha operato per porsi autorevolmente come interprete qualificato e come interlocutore responsabile.

L’errore delle istituzioni Italiane. D’altra parte, è la stessa funzione di tutela e di garanzia delle istituzioni nazionali ad uscire di fatto indebolita da questo provvedimento, apparentemente basato soltanto sugli stralci di un discorso, estratti dal loro contesto originario da parte di una fonte anonima e pubblicati su Internet. Le successive assicurazioni circa le “verifiche compiute dall’anti-terrorismo” non contribuiscono a chiarire i termini della questione, né a levare l’impressione di una certa frettolosa sbrigatività nella definizione e nell’applicazione del decreto di espulsione ai danni di ‘Abd al-Barr ar-Rawdî.

In tal modo, si è forse cercato di reprimere ciò che rappresenta piuttosto un elemento sintomatico e fisiologico del naturale malessere che attraversa la comunità Islamica nel suo complesso, relativamente alla situazione di guerra che affligge la Striscia di Ghazah – secondo il principio per cui «laddove una sua parte soffre, tutta la Comunità soffre». Un elemento sintomatico, dunque,  che andrebbe compreso e valutato in quanto tale, ovvero corretto laddove necessario e gestito nel modo più opportuno, col ricorso alle necessarie competenze e tramite il riferimento agli interlocutori appropriati.

Il superamento di uno squilibrio. I bombardamenti indiscriminati compiuti dall’esercito sionista sulla popolazione civile della Striscia di Ghazah hanno provocato in pochi giorni oltre 1850 morti – in gran parte bambini – 270mila profughi e 5 miliardi di dollari di danni materiali, tra cui il danneggiamento pressoché completo delle strutture scolastiche e sanitarie, la contaminazione da liquami dell’acqua e la distruzione dell’unica centrale elettrica della Striscia, che ha lasciato senza corrente elettrica oltre l’80% della popolazione locale. E’ impossibile non rilevare come, dinanzi ad un massacro di tale gravità ed efferatezza, il governo Italiano non si sia soltanto astenuto in sede Onu, circa l’apertura di un’inchiesta per crimini di guerra sullo Stato sionista in relazione alla recente offensiva contro la Striscia di Ghazah – ma abbia anche taciuto dinanzi alle dichiarazioni pubbliche del portavoce della comunità Ebraica di Roma, che durante i giorni più sanguinosi dei bombardamenti ha provocatoriamente proposto di assegnare il Premio Nobel per la Pace all’esercito sionista.

A fronte di uno squilibrio di questa portata, il minimo che si possa pretendere è che le istituzioni nazionali si impegnino definitivamente ad affrontare con maggiore prudenza e scrupolosità episodi simili a quello, paradossale, che ha coinvolto ‘Abd al-Barr ar-Rawdî: un semita espulso per antisemitismo, o un monoteista espulso per anti-giudaismo, avendo citato brani scritturali meno duri di quelli presenti negli stessi canoni biblici ed evangelici.
Chiediamo dunque che il provvedimento di espulsione emesso ai suoi danni sia rivisto e modificato, di modo che gli venga pubblicamente riconosciuto il diritto ad un giusto processo, in relazione alle dichiarazioni per cui è stato espulso dal nostro Paese.

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