Il significato del termine “Aqîdah”

nodoIl termine ‘aqîdah (pl. ‘aqâ’id) indica generalmente «ciò cui il cuore è saldamente legato», «il giudizio categorico, che non è soggetto a dubbio od incertezza»: esso indica dunque la «credenza consolidata», o «convinzione» – analogamente al senso del termine latino «cum-vincere», cioè «legare insieme», fissando saldamente – a prescindere dal fatto che tale credenza o convinzione profonda sia effettivamente conforme al vero. [1]

Significato linguistico. Dal punto di vista linguistico (laughawî), la parola ‘aqîdah (عقيدة) deriva dalla radice trilittera ‘aqada (عقد), che rimanda ai significati di «nodo», «vincolo», «legame», «attaccamento». In lingua Araba, si dice ad esempio «‘aqada l-habl», per indicare che la corda è stata annodata strettamente.
Morfologicamente, la parola ‘aqîdah si presenta nella forma detta fa‘îlah (فعيلة), che assume il significato di maf‘ûl (مفعول) – ovvero dell’oggetto su cui si esercita una determinata azione; essa rende perciò l’espressione ma‘qûdâ ‘alay-hi (معقودا عليه), indicando «ciò cui è legato» o «saldamente fissato» qualcosa. 

Tale termine rimanda altresì all’idea di «vincolo» in senso giuridico o spirituale: nel senso di «contratto» – ad esempio, «contratto di matrimonio» (‘aqd an-nikâh) – «patto», «accordo» o «giuramento»; dice Allâh (ﷻ):

وَالَّذِينَ عَقَدَتْ أَيْمَانُكُمْ فَآتُوهُمْ نَصِيبَهُمْ
E date la loro parte a coloro con cui avete stretto un patto [‘aqadat aîmânu-kum] [2]

Letteralmente, l’espressione alladhîna ‘aqadat aîmânu-kum indica «coloro cui si sono legate le vostre [mani] destre»: ciò allude ad un duplice ordine di significati, laddove la materiale «stretta» delle mani sancisce concretamente la stipula di un «accordo» formale tra le persone – secondo una prassi comune in molte culture tradizionali, che in questo caso si riflette direttamente sul piano linguistico. In generale, l’espressione ‘aqd al-yamîn (lett. «la stretta della destra») indica l’atto del prestare giuramento. Dice Allâh (ﷻ):

لَا يُؤَاخِذُكُمُ اللَّهُ بِاللَّغْوِ فِي أَيْمَانِكُمْ وَلَٰكِنْ يُؤَاخِذُكُمْ بِمَا عَقَّدْتُمُ الْأَيْمَانَ
Iddio non vi punirà per un’avventatezza nei vostri giuramenti,
ma vi punirà per cià che avete giurato ponderatamente
(bi-mâ ‘aqqadtumu l-aîmân) [3]

Il verbo parafrasato qui come «giurare ponderatamente» è ‘aqqada/yu‘aqqidu/ta‘qîd, e si riferisce propriamente a ciò che è caratterizzato da una salda determinazione interiore.
Dal punto di vista intellettuale, ciò rimanda dunque all’idea di «certezza consolidata», «credenza radicata», «affermazione senza remore», o – come detto – «convinzione». Tale concetto è reso dal termine i‘tiqâd, che deriva dalla medesima radice; l’espressione a‘taqadtu kadhâ significa «credo in questo», «ne sono fermamente convinto».

Significato religioso. Dal punto di vista della terminologia religiosa (al-istilâh as-šar‘î), il termine ‘aqîdah si riferisce alla dottrina della fede: quell’insieme di credenze che il «cuore» (qalb) – inteso come la sede dell’intelletto (‘aql) – è tenuto a conoscere e ad attestare fermamente, e su cui l’anima (nafs) possa quindi confidare in serenità (mutma’inna), libera da sospetti o tentennamenti, e protetta (salîmah) da dubbi o ambiguità. [4]

Tali credenze consistono sinteticamente in quanto indicato nel noto «hadîth di Jibrîl», riportato da Sayyidunâ ‘Umar ibn al-Khattâb (che Allâh ne sia soddisfatto), laddove il Profeta (ﷺ) – richiesto di indicare cosa fosse la «fede» (îmân) – spiegò:

Che si presti fede in Dio, nei Suoi Angeli, nei Suoi Libri, nei Suoi Inviati e nell’Ultimo Giorno, e che si presti fede al Decreto divino (qadar), [in] ciò che in esso vi sia di positivo e di negativo. [5

Questa «fede» (îmân) costituisce un’«opera del cuore» (‘amal al-qalb), cioè un atto di ordine interiore ed intellettuale, che precede e dà effettivo fondamento alle successive attestazioni orali, o «opere della lingua» (a‘mâl al-lisân), ed alle conseguente disciplina personale nel suo complesso, o «opere con le membra» (a‘mâl bi l-arkân).

Sinonimi. In questo senso, i sapienti (‘ulamâ’) hanno adottato diversi termini sinonimici, che indicano egualmente la conoscenza degli aspetti essenziali della dottrina Islamica. L’Imâm Abû Hanîfah l’indicava ad esempio come «al-fiqh al-akbar», cioè «la conoscenza più grande» e fondamentale, di ordine teologico, che precedeva «al-fiqh al-asghar», ovvero ciò che risulta «più piccolo» e secondario, in riferimento alle conoscenze di ordine giurisprudenziale – che oggi sono indicate generalmente col solo termine «fiqh».

La medesima suddivisione si verifica laddove le conoscenze teologiche fondamentali sono indicate come «usûl ad-dîn» – ovvero «principi», «fondamenta» o «radici» della religione – mentre quelle giuridiche sono indicate come «furû‘», cioè «rami» o «diramazioni» delle prime, da cui in effetti dipendono e di cui costituiscono propriamente delle applicazioni nell’ambito del rito e della disciplina personale e collettiva secondo la Legge sacra (Šarî‘ah).

Tale conoscenza – cui si riferisce il termine ‘aqîdah – è indicata altresì come «‘ilm at-tawhîd», ovvero «scienza dell’attestazione dell’unicità divina», in riferimento al principio cardinale della dottrina Islamica, da cui dipende successivamente ogni altro suo aspetto – così come è autenticamente tratto dal Libro di Dio (Kitâb Allâh) e dall’insegnamento dell’Inviato di Dio (sunnah Rasûli-Llâh), secondo la comprensione (fahm) delle prime tre generazioni di Musulmani, i «pii Predecessori» (as-salaf as-sâlih), e successivamente di coloro che hanno fatto loro seguito (khalaf).

Essa si configura come la «convinzione corretta» (al-‘aqîdah as-sahîhah), cioè conforme alla Verità, a differenza di convinzioni (‘aqâ’id) diverse, che invece non sono «ancorate» al solido fondamento della Rivelazione divina – e ciò in base al principio per cui «la [vera] Conoscenza è [soltanto] ciò che si attiene alla Realtà» (al-‘ilm mâ tabaqa l-wâqi‘).

Il suo statuto legale. Dal punto di vista del suo statuto legale (al-hukm as-šar‘î), le conoscenze fondamentali legate alla dottrina della fede (‘ilm al-‘aqîdah) costituiscono un’obbligazione di carattere individuale (fard ‘ayn), cioè una conoscenza che ogni credente è tenuto a realizzare con chiarezza, quantomeno nei suoi termini generali, affinché la sua fede possa considerarsi solidamente fondata.
Essa è ciò cui, tra l’altro, si riferisce il detto del Profeta (ﷺ) per cui «la ricerca della conoscenza è obbligatoria per ogni Musulmano» (talabu l-‘ilm farîdah ‘alâ kulli muslim) [6], tanto in termini generali quanto per ciò che concerne specificamente le credenze (i‘tiqâdât) fondamentali della fede Islamica, e ciò che concorre al consolidamento della loro comprensione, nonché al respingimento di qualsiasi dubbio a loro proposito.

Tale conoscenza si differenzia generalmente da quell’ambito della teologia sviluppatosi nelle generazioni successive (khalaf) dei Musulmani, indicato invece come «‘ilm al-Kalâm», cioè «scienza della Parola», che riguarda più specificamente la discussione e la chiarificazione di questioni dottrinali storicamente sottoposte a fraintendimenti, eresie e polemiche settarie.

Quest’ultima può costituire un’obbligazione collettiva (fard kifâyah), cioè una conoscenza teologica il cui approfondimento risulta strettamente doveroso solo per coloro che, tra i Sapienti, si assumano la specifica responsabilità di combattere le eresie e di confutarne gli argomenti – laddove secondo Ahl al-Âthâr si tratterebbe in ogni caso di una conoscenza biasimevole, che per via di sistematizzazioni razionalizzanti può indurre ad una devianza rispetto alla comprensione della lettera (naql) e dello spirito della Rivelazione.

Essa può implicare, tra l’altro, lo studio e l’adozione di metodologie legate alla scienza della logica (mantiq) ed alla filosofia, che non rappresentano certo delle conoscenze di carattere obbligatorio per tutti i credenti – configurandosi piuttosto, al contrario, come conoscenze perfino sconsigliabili (makrûh) o proibite (harâm), laddove costituiscano realisticamente un motivo di confusione o disorientamento per colui che vi si accostasse senza le necessarie qualifiche e gli opportuni riferimenti. [7]


[1] Ibn Manzûr, Lisân al-lisân tahdhîb al-lisân (Beirut: Dâr al-Kutub al-‘Ilmîyyah) , cit. in ‘Abd Allâh ibn ‘Abd al-Hamîd al-Atharî, Taysîr ‘aqîdah Ahl us-Sunnah wa l-Jamâ‘ah.
[2Al-Qur’ân al-Karîm, Capitolo delle Donne, 4:33.
[3Al-Qur’ân al-Karîm, Capitolo della Tavola imbandita, 5:89.
[4] Ibn al-Uthaymîn, Šarh Lum‘atu l-I‘tiqâd.
[5] Sia l’Imâm al-Bukhârî sia l’Imâm Muslim (che Allâh abbia misericordia di entrambi) riportano questo hadîth, con lievi varianti che non ne alterano comunque il significato. L’Imâm Ibn Hajar indica – in Fath al-Bârî 1/117 – come tali varianti siano da attribuirsi a diverse narrazioni (riwâyât) del hadîth, che pure si riferisce certamente ad un’unica circostanza, e che d’altra parte resta chiaro e ben confermato nei suoi dati essenziali.
[6] Ibn Mâjah (224); Ibn ‘Abd al-Barr, Jâmi‘ Bayân al-‘Ilm (1/8-9).
[7] Muhammad al-Yaqûbî, Šarh Kitâb al-‘ilm li l-Imâm al-Ghazâlî (Sacred Knowledge 2010).
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