Un decalogo per la partecipazione a programmi TV

televisioneIn questi giorni – in concomitanza con la recenti vicende legate ai conflitti in Vicino e Medio Oriente, nonché con la ricorrenza dell’anniversario degli attentati terroristici dell’11 Settembre – diversi giornalisti hanno cominciato a contattare numerosi musulmani italiani tramite Internet, per invitarli a partecipare ad alcune trasmissioni televisive.

E’ opportuno raccomandare innanzi tutto la massima prudenza a questo proposito, ed anzi sconsigliare apertamente, almeno in linea di massima, di prendere parte a queste trasmissioni – le quali, anche laddove siano state realizzate con buona fede e professionalità, nella maggior parte dei casi hanno contribuito ad accrescere la confusione ed i fraintendimenti nei confronti dell’Islâm, anziché a dissiparli. 

Inoltre, ricorderemo brevemente alcuni elementi utili per una valutazione complessiva di queste circostanze, e che sarà necessario prendere seriamente in considerazione, laddove ci si impegni in un contesto di testimonianza e di predicazione pubblica (da‘wah). Trattandosi di un’importante responsabilità, che ci si assume dinanzi ad Allâh (ﷻ) ed alla Comunità islamica nel suo complesso, è necessario farsene carico “in scienza e coscienza”, evitando di prendere decisioni precipitose e riferendosi al consiglio di fratelli fidati – ciò che dovrà considerarsi come la premessa naturale a tutto ciò che segue.

1 – La priorità della conoscenza. Il primo requisito necessario per coloro che desiderassero impegnarsi nella testimonianza pubblica e nella predicazione (da‘wah) è la conoscenza appropriata (‘ilm) degli argomenti di cui si intende trattare. Dice Allâh (ﷻ):

قُلْ هَٰذِهِ سَبِيلِي أَدْعُو إِلَى اللَّهِ ۚ عَلَىٰ بَصِيرَةٍ أَنَا وَمَنِ اتَّبَعَنِي Di’: «Questo è il mo sentiero: invito ad Allâh con chiarezza, io e coloro che mi seguono» [1]

L’espressione «con chiarezza» (‘alâ basîrah) indica la conoscenza (‘ilm), che costituisce dunque l’aspetto fondamentale ed il carattere distintivo della predicazione (da‘wah). Ha detto l’Imâm al-Bukhârî, nel suo Sahîh: «La conoscenza precede la parola e l’opera» (al-‘ilm qabla l-qawli wa l-‘amal) [2]; ha spiegato Šaykh Sâlih al-Fawzân:

Cercare la conoscenza (‘ilm) è prioritario, poiché non è possibile per le persone invitare ad Allâh [ed alla Sua religione], se non tramite la conoscenza [appropriata di ciò cui si invita]; così, una persona che non abbia conoscenza non è in grado di invitare ad Allâh [ed alla Sua religione nella maniera più consona], e laddove si impegnasse comunque nella predicazione (da‘wah) gli errori che commetterebbe sarebbero più numerosi delle cose corrette [che potrebbe trasmettere]. Perciò, per colui che si impegni nella predicazione, è obbligatorio acquisire innanzi tutto la conoscenza necessaria. [3

2 – L’illiceità di parlare senza conoscenza. Oltre a costituire la base essenziale della testimonianza e della predicazione (da‘wah), la conoscenza rappresenta dunque la condizione (šart) della loro liceità dal punto di vista šara‘îtico. E’ infatti obbligatorio (wâjib) avere una conoscenza adeguata di ciò di cui si parla, tramite un apprendimento corretto (ta‘allum) ed una comprensione appropriata (fahm), evitando cioè di basarsi esclusivamente su nozioni generiche ed opinioni di carattere personale (ra’y).

Per enfatizzare questo aspetto, l’Inviato di Allâh (ﷺ) disse: «Colui che parla [a proposito] del Corano alla luce della sua [sola] opinione, ha sbagliato anche laddove ci avesse preso» (man qâla fî l-Qur’âni bi-ra’î-hi fa-qad akhta’ wa law asâba) [4]; ha spiegato Šaykh ul-Islâm Ibn Taymiyyah: «Chi parla [a proposito] della Religione senza conoscenza è un bugiardo, anche laddove non abbia intenzione di mentire». [5]

3 – Il pericolo di mentire a proposito di Allâh. Una adeguata preparazione preliminare è quindi imprescindibile, anche per sottrarsi al rischio di mentire (ancorché involontariamente) a proposito di Allâh (ﷻ) e del Suo Profeta (ﷺ) – ciò che costituisce uno dei peccati più gravi (kabâ’ir), se non il più grave in assoluto; dice l’Altissimo (ﷻ):

وَلَا تَقُولُوا لِمَا تَصِفُ أَلْسِنَتُكُمُ الْكَذِبَ هَٰذَا حَلَالٌ وَهَٰذَا حَرَامٌ لِتَفْتَرُوا عَلَى اللَّهِ الْكَذِبَ ۚ إِنَّ الَّذِينَ يَفْتَرُونَ عَلَى اللَّهِ الْكَذِبَ لَا يُفْلِحُونَ E non profferite dunque stravaganze con le vostre lingue dicendo: «Questo è lecito e questo illecito”, inventando menzogne contro Allâh. Invero coloro che inventano menzogne contro Allâh non avranno alcun successo» [6]

E dice (ﷻ):

قُلْ إِنَّمَا حَرَّمَ رَبِّيَ الْفَوَاحِشَ مَا ظَهَرَ مِنْهَا وَمَا بَطَنَ وَالْإِثْمَ وَالْبَغْيَ بِغَيْرِ الْحَقِّ وَأَنْ تُشْرِكُوا بِاللَّهِ مَا لَمْ يُنَزِّلْ بِهِ سُلْطَانًا وَأَنْ تَقُولُوا عَلَى اللَّهِ مَا لَا تَعْلَمُونَ Di’: «Invero il mio Signore ha proibito le turpitudini – ciò che di esse è palese e ciò che è nascosto – il peccato e la ribellione illegittima, e l’associare ad Allâh ciò cui non è stato concesso alcun potere, ed il dire a proposito di Allâh ciò che non sapete» [7]

Ibn al-Qayyim spiegò questo verso (âyâ) indicando come la gravità delle proibizioni (muharramât) risulti scandita in ordine crescente: a cose che risultano proibite in se stesse (harâm li-dhâti-hi), per via della loro intrinseca negatività, segue ciò che è proibito anche in virtù dell’ulteriore male che può provocare (harâm li-ghayri-hi).

Il parlare a proposito di Allâh (ﷻ) e della Sua Religione senza conoscenza si configura dunque come un peccato ancor più grave del politeismo (širk), e come la causa principale di diversi altri peccati, tra cui: l’ascrivere falsamente qualcosa ad Allâh (ﷻ), il modificare o l’alterare la Sua Religione, il negare qualcosa che Lui ha confermato od il confermare qualcosa che Lui ha negato, il supportare qualcosa cui Lui si è opposto o l’opporsi a qualcosa che Lui ha supportato – e così via, fino al politeismo ed alla miscredenza stessi. [8]

4 – La prudenza nell’esprimersi. Laddove si ritenesse di avere le conoscenze necessarie per impegnarsi in un confronto pubblico, sarà comunque opportuno tenere presente quale fosse l’attitudine dei pii Predecessori (as-salaf us-sâlih) nell’esprimersi a proposito di questioni religiose, attitudine improntata alla massima prudenza ed alla sobrietà. Ha detto Ibn al-Qayyim, a questo proposito:

I pii Predecessori (as-salaf us-sâlih) tra i Compagni del Profeta (sahâba) ed i Successori (tâbiûn) erano soliti considerare biasimevole (makrûh) il precipitarsi nel rilasciare opinioni religiose (fatâwâ). Ognuno di essi si augurava che qualcun altro si facesse carico di quest’incombenza, e qualora si rendessero conto che non vi fosse alternativa, ponevano il massimo impegno nello stabilire la sentenza relativa alla questione alla luce del Libro (kitâb) e della Consuetudine profetica (sunnah), o delle parole dei Califfi ben Guidati [laddove le prime due fonti non indicassero una sentenza definitiva]. [..]

Ha detto l’Imâm Ahmad ibn Hanbal: «Ci ha riferito Jarîr da ‘Atâ’ ibn as-Sâ’ib, da ‘Abd ar-Rahmân ibn Abî Laylâ, che disse: “Ho incontrato 120 fra i Compagni dell’Inviato di Allâh (ﷺ), e non c’era fra loro chi fosse interrogato a proposito di qualcosa senza augurarsi che [un] suo fratello fosse sufficiente [per rispondere, dispensandolo dall’incombenza], né chi dicesse qualcosa senza augurarsi che [un] suo fratello fosse sufficiente [per dire ciò che era necessario dire, dispensandolo dall’incombenza]”». [..] 

Ha detto Sahnûn ibn Sa‘îd: «Le persone più audaci nel rilasciare pareri sono quelle più povere di conoscenza; laddove l’uomo abbia ottenuto un solo aspetto della conoscenza, ritiene [presuntuosamente] che la verità vi si trovi nella sua interezza». [..] 

Ha detto Ibn Wahb: «Ci ha riferito Ašhal ibn Hâtim, da ‘Abd Allâh ibn ‘Awn, da Ibn Sirîn, che disse: “Ha detto Hudhayfah: «Invero non rilascia giudizi tra le persone se non uno fra [coloro che fanno parte di] tre [categorie]: colui che conosce ciò che è stato abrogato del Corano [detenendo quindi una conoscenza estensiva delle fonti giurisprudenziali], o un dirigente (amîr) che non abbia scelta [diversa da quella di rilasciare dei giudizi, essendo formalmente deputato a questo ruolo, per via della posizione di responsabilità che occupa in seno alla Comunità], o uno stolto (ahmaq) che si assume una responsabilità [che non gli spetta]»” – ed aggiunse: «E forse Ibn Sirîn disse: “Ed io né sono uno fra questi due, né desidero essere il terzo!”». [9]

Sebbene queste indicazioni si riferiscano più specificamente all’ambito del verdetto giuridico (fatwâ), esse possono applicarsi per estensione a tutti quegli ambiti in cui un credente si esprima su questione di carattere religioso o dottrinale, nel senso della necessaria prudenza e del dovuto scrupolo (wara‘). [10]

5 – Valutazione dei rischi e delle opportunità. In passato, diversi fratelli sembrano essersi lasciati persuadere dall’idea per cui partecipare ad una trasmissione televisiva costituisca sempre una buona opportunità di testimonianza, poiché – anche laddove ne derivasse un’impressione negativa per molte persone, a causa del modo in cui può essere strutturato il programma – qualcuno potrebbe comunque essere colpito positivamente, e ciò sarebbe un motivo sufficiente per giustificare la propria presenza.

A questo proposito, è necessario considerare il principio šara‘îtico per cui “la prevenzione di un male è precedente all’ottenimento di un bene”: in questo senso, “convincere una persona” non costituisce affatto una ragione sufficiente per esporsi al rischio concreto di inimicarsene inutilmente cento o mille, laddove ciò non sia strettamente necessario. Viceversa, talora l’assenza di un musulmano – nell’ambito di un dibattito strumentale e tendenzioso a proposito dell’Islâm – può risultare di per sé più benefica ed efficace di una presenza inadeguata, o costretta entro condizioni contrarie o sfavorevoli.

6 – La padronanza linguistica. Parte essenziale di una testimonianza pubblica e di una predicazione (da‘wah) autorevole è un’adeguata padronanza linguistica, che permetta di comunicare con chiarezza e di comprendere con precisione le repliche e gli interrogativi dei propri interlocutori. Dice l’Altissimo (ﷻ):

وَمَا أَرْسَلْنَا مِنْ رَسُولٍ إِلَّا بِلِسَانِ قَوْمِهِ لِيُبَيِّنَ لَهُمْ E non inviammo alcun messaggero se non nella lingua del suo popolo, affinché li informasse [11]

Tale padronanza non dovrebbe considerarsi limitata ad un piano esclusivamente lessicale, bensì andrebbe intesa più in generale nel senso di una solida preparazione culturale – elemento di per sé non necessario, ma quantomeno raccomandabile – tale per cui il predicatore (dâ‘yah) sia in grado di affrontare agevolmente tematiche ed interlocutori diversi, sostenendo i propri argomenti con efficacia linguistica e concettuale.

7 – L’orazione di richiesta del bene (salât al-istikhârah). Nel prendere una qualsiasi decisione significativa per se stesso o per gli altri, il credente si affida al suo Signore. Ha detto Jâbir ibn ‘Abdi Llâh: «Il Profeta (ﷺ) era solito insegnarci [a compiere l’orazione per] la richiesta del bene (istikhârah) per ogni cosa, così come ci insegnava i capitoli del Corano; diceva (ﷺ): “Se qualcuno di voi è preoccupato a proposito di una certa questione, che svolga due prosternazioni (raka‘atayn) surerogatorie e dica:

اللَّهُمَّ إِنِّي أَسْتَخِيرُكَ بِعِلْمِكَ وَأَسْتَقْدِرُكَ بِقُدْرَتِكَ وَأَسْأَلُكَ مِنْ فَضْلِكَ الْعَظِيمِ Allâhumma innî astakhîruka bi-‘ilmik wa astaqdiru-ka bi-qudratik wa as’aluka min fadlika l-‘azîm O Signore io ti chiedo [consiglio circa] il bene, per la Tua onniscienza e ti chiedo la forza, per la Tua onnipotenza, e ti domando [parte] del tuo immenso favore

فَإِنَّكَ تَقْدِرُ وَلَا أَقْدِرُ وَتَعْلَمُ وَلَا أَعْلَمُ وَأَنْتَ عَلَّامُ الْغُيُوبِ Fa-innaka taqdir wa lâ aqdir wa ta‘lam wa lâ a‘lam wa Anta ‘Allâmu l-ghuyûb Poiché invero Tu puoi mentre io non ho potere, e Tu sai mentre io non so, e Tu sei il miglior Conoscitore delle cose invisibili

اللَّهُمَّ إِنْ كُنْتَ تَعْلَمُ أَنَّ هَذَا الْأَمْرَ خَيْرٌ لِي فِي دِينِي وَمَعَاشِي وَعَاقِبَةِ أَمْرِي فَاقْدُرْهُ لِي وَيَسِّرْهُ لِي ثُمَّ بَارِكْ لِي فِيهِ Allâhumma in kunta ta‘lam an hadha l-’amr khayrun lî fî dînî wa ma‘âšî wa ‘âqibati ’amrî fa-qdur-hu lî wa yassir-hu lî thumma bârik lî fî-h O Signore, se sai che questa questione [da specificare da parte dell’orante] è un bene per me, per la mia religione, per la mia vita e per il termine della mia esistenza, allora stabiliscila per me, agevolamela e poni in essa la tua benedizione per me

وَإِنْ كُنْتَ تَعْلَمُ أَنَّ هَذَا الْأَمْرَ شَرٌّ فِي دِينِي وَمَعَاشِي وَعَاقِبَةِ أَمْرِي فَاصْرِفْهُ عَنِّي وَاصْرِفْنِي عَنْهُ wa in kunta ta‘lam an hadha l-’amr šarrun fî dînî wa ma‘âšî wa ‘âqibati ’amrî fa-srif-hu ‘annî wa srifnî ‘an-h se sai che questa questione [da specificare da parte dell’orante] è un male per me, per la mia religione, per la mia vita e per il termine della mia esistenza, allora allontanala da me ed allontanami da essa

وَاقْدُرْ لِيَ الْخَيْرَ حَيْثُ كَانَ ثُمَّ ارْضِنِي بِهِ wa qdur lîa l-khayra haythu kâna thumma rdinî bi-h e stabilisci per me il bene ovunque esso sia, e fa’ poi che ne sia soddisfatto”». [12]

8 – La saggezza e l’opportunità. Colui che, dopo le dovute valutazioni, ritenesse infine opportuno assumersi la responsabilità di impegnarsi nella testimonianza pubblica, sarà allora tenuto a farlo con saggezza e senso dell’opportunità, come dice l’Altissimo (ﷻ):

ادْعُ إِلَىٰ سَبِيلِ رَبِّكَ بِالْحِكْمَةِ وَالْمَوْعِظَةِ الْحَسَنَةِ ۖ وَجَادِلْهُمْ بِالَّتِي هِيَ أَحْسَنُ Invita al sentiero del tuo Signore con la saggezza e la buona parola, e discuti con loro nella maniera migliore [13]

Tra i molti aspetti che sarebbe necessario prendere in considerazione, per affrontare queste circostanze «con saggezza» (bi l-hikmah), ne elencheremo solo alcuni di carattere “tecnico” – cioè più direttamente relativi all’ambito specifico delle trasmissioni televisive – confidando che ci si premuri di consigliarsi con fratelli saggi e preparati, per quanto concerne il merito dei diversi argomenti che ci si potrebbe trovare a discutere.

a) Valutare l’effettiva utilità della propria partecipazione e del proprio coinvolgimento, tanto nel contesto della singola trasmissione quanto da un punto di vista più generale.

b) Informarsi circa l’attività professionale dei giornalisti con cui si entra in contatto, con particolare riferimento alle loro precedenti inchieste ed ai loro orientamenti politici.

c) Informarsi circa la scaletta prevista per la trasmissione, con particolare riguardo ai servizi che saranno proposti ed agli ospiti che saranno eventualmente presenti in studio.

d) Chiedere preliminarmente quali domande verranno poste, e se possibile concordarle, di modo che le questioni possano essere affrontate nella maniera più consona.

e) Astenersi dall’affrontare tematiche eccessivamente controverse o di difficile comprensione, in particolar modo in periodi di grande pressione mediatica.

f) Privilegiare espressioni chiare e concise, rispetto a ragionamenti troppo articolati.

g) Laddove l’intervista sia registrata, premurarsi che essa avvenga alla presenza di uno o due testimoni, e se possibile supervisionare la versione finale del suo montaggio.

9 – La coltura delle alternative. In alternativa od in concomitanza con la partecipazione a trasmissioni televisive, è necessario adoperarsi come Comunità per la promozione di “contromisure” adeguate alla pressione mediatica esercitata sui Musulmani italiani – “contromisure” che mi sembra si possano declinare su almeno due piani contigui:

a) una produzione autonoma di scritti e di video, connotati da chiarezza e semplicità, riguardanti i principali temi trattati dai media, e che possano contribuire a chiarificare efficacemente le questioni più controverse, pur in via introduttiva – in stretta collaborazione con fratelli competenti e religiosamente istruiti;

b) l’organizzazione di un regolare incontro mensile nelle principali città Italiane, che sia pubblicamente rivolto alla cittadinanza ed alle istituzioni locali, e che affronti direttamente e con competenza le suddette questioni, oltre a costituire un momento espressamente dedicato all’incontro ed alla relazione costruttiva con i non-Musulmani.

10 – Una prospettiva complessiva. Ben al di là di singoli talk shows – rispetto a cui ci troviamo perlopiù nell’ambito delle scelte personali, o dei tentativi condivisi di “limitare i danni”, nell’ambito di un sistema mediatico generalmente inaffidabile, al di là di meritorie eccezioni – è necessario porsi nell’ottica di una prospettiva complessiva, che si sforzi di risanare alla radice il clima di crescente diffidenza ed ostilità in cui ci troviamo a vivere, o quantomeno contribuisca a mitigarne gli aspetti più perniciosi.

Da un lato, dobbiamo perciò impegnarci – per quanto possibile – a mettere in rete le nostre risorse, capacità e competenze, in modo da offrire autonomamente contributi di qualità, per una migliore conoscenza della fede Islamica; dall’altro, dobbiamo invitare la società a conoscerci ed a riconoscerci come una comunità di persone che percorrono un preciso cammino di fede – persone disponibili all’incontro ed alla conoscenza diretta, tanto nei nostri luoghi di riunione quanto in contesti cittadini condivisi. Ciò significa, in definitiva, impegnarsi a creare attivamente le condizioni più favorevoli, anziché lasciarci imporre passivamente quelle più svantaggiose – ciò che non è solo il miglior antidoto al succedersi di campagne mediatiche ostili, ma è anche il metodo tradizionale con cui l’Islâm si è sempre diffuso, per grazia di Dio.


[1Al-Qur’ân al-Karîm, Capitolo di Giuseppe 12:108.
[2Sahîh al-Bukhârî, 3:10.
[3Sâlih al-Fawzân, Al-Ijâbah al-fâsilah ‘alâ s-šubuhât al-hâsilah, p. 20.
[4] Lo ha riportato at-Tirmidhî.
[5] Ibn Taymiyyah, Majmû‘ al-Fatâwâ, 10/449.
[6Al-Qur’ân al-Karîm, Capitolo delle Api 16:116.
[7Al-Qur’ân al-Karîm, Sûrah al-A‘râf 7:33.
[8] Ibn al-Qayyim, Madârij as-Sâlikîn, 1:372-3.
[9] Ibn al-Qayyim, I‘lâm al-Muwaqqi‘în, 1:28-9.
[10] Al-Bukhârî e Muslim riportano che il Profeta (ﷺ) disse: «Colui che crede in Allâh e nell’Ultimo Giorno, che dica il bene oppure taccia» (man kâna yu’min bi-Llâhi wa l-yawmi l-âkhir fa-l-yaqul khayran aw l-yasmut).
Alla luce di ciò, l’Imâm as-Šâfi‘î – interrogato un giorno circa la lunga pausa che aveva lasciato trascorrere, dopo che gli era stata posta una certa domanda – spiegò che si era premurato di valutare se in quel momento fosse preferibile una sua parola od il suo silenzio (samt).
[11Al-Qur’ân al-Karîm, Capitolo di Abramo 14:4.
[12Sahîh al-Bukhârî, 19:25.
[13Al-Qur’ân al-Karîm, Capitolo delle Api 16:125.
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