Introduzione all’opera “La sedizione del takfir”

albani-fitnah-takfirNel Nome di Allâh, il Misericordioso, il Clementissimo; invero ogni lode appartiene ad Allâh: Lo lodiamo, Ne imploriamo l’aiuto, Gli domandiamo perdono, a Lui facciamo ritorno pentiti, e presso di Lui prendiamo rifugio a fronte dei mali delle nostre anime ed alle pecche delle nostre azioni. Colui che Allâh guida, non v’è alcuno che lo possa sviare, e colui che Allâh svia, non v’è alcuno che lo possa guidare. Attesto che non v’è altra divinità [degna d’essere adorata] all’infuori di Allâh (ﷻ), unico e senza associati, ed attesto che Muhammad è il Suo servo ed il Suo Inviato (). Successivamente:

ha riportato ‛Abdullâh ibn ‛Amr (che Allâh sia soddisfatto di entrambi) che il Profeta () disse: «Laddove un uomo dica a suo fratello “O miscredente!” (yâ kâfir), ciò ritorna su uno dei due». [1] Ed ha riportato che l’Inviato di Allâh () disse: «Laddove un uomo attesti la miscredenza di un [altro] uomo, uno dei due è [effettivamente] miscredente». Ed ancora lui ha riportato che disse (): «Laddove un uomo dica al suo compagno “O miscredente!”, ciò si attaglia dunque [necessariamente] ad uno dei due: se si tratta di colui cui è stato detto d’essere miscredente, allora questi è [effettivamente] miscredente; se no, ciò che ha detto ritorna su colui che ha parlato». [2]. Ed ha riportato Abû Dharr (che Allâh ne sia soddisfatto) che sentì l’Inviato di Allâh dire () : «Non v’è uomo che accusi un [altro] uomo di depravazione (fusûq), né che lo accusi di miscredenza (kufr), senza che ciò ritorni [ad applicarsi] su di lui, laddove il suo compagno non sia [effettivamente] così [come l’ha accusato d’essere]». [3]

Queste narrazioni (ahadîth), e molte altre simili ad esse, mettono chiaramente in guardia rispetto alla gravità dell’attestazione di miscredenza (takfîr) pronunciata nei confronti dei musulmani: nei confronti di colui di cui si sia accertato l’ingresso nell’Islâm, non è infatti lecita l’accusa di perversione, né l’attestazione di miscredenza, né il maledirlo, né il dichiararne la fuoriuscita dalla religione – se non laddove costui ricada effettivamente in una di queste condizioni, alla luce di una prova che lo stabilisca in maniera inequivocabile.

Lo Šaykh Ahmad ibn Yahyâ an-Najmî ha definito il takfîr illegittimo come

l’attestare che che il Musulmano che testimoni che non vi è altra divinità [degna d’essere adorata] all’infuori d’Iddio e che Muhammad è l’Inviato d’Iddio, che compie l’orazione rituale (salât), che elargisce la decima purificatrice (zakât), che osserva il digiuno (sawm) e che riconosce il resto degli elementi fondamentali dell’Islâm sia un miscredente (kâfir), il cui sangue ed i cui beni siano leciti [ponendosi al di fuori della protezione garantita dall’appartenenza alla Comunità islamica o dall’adesione ad un patto di tutela stretto coi membri di altre comunità tradizionali].

Ciò non si produce se non laddove vi sia una devianza nel pensiero ed un’errore nella comprensione [dei dati tradizionali]; ciò non può dunque verificarsi da parte di un Musulmano che abbia realizzato una comprensione dottrinale corretta, e sia dotato di un pensiero coerente [cioè lucido e consequenziale rispetto ad essa]. [4]

In virtù della sua estrema gravità, e delle conseguenze cui può dar luogo sul piano dello statuto personale e del diritto di famiglia, tale giudizio costituisce una prerogativa esclusiva dei sapienti (‛ulamâ’) ben stabiliti nella conoscenza, dei giudici e dei detentori del potere temporale [5]: sono costoro a poter giudicare se qualcuno sia effettivamente miscredente, in virtù della loro conoscenza approfondita ed estensiva delle indicazioni tradizionali (adillah), delle condizioni (šurût) che determinano la verifica di tale attestazione in riferimento al caso specifico di individui particolari, e degli impedimenti (mawâni‛) che eventualmente ne vanifichino l’applicabilità, a seconda della condizione personale in cui si trovi effettivamente l’individuo particolare cui si riferisca il giudizio. [6]

Contrariamente a ciò, in quest’epoca si è largamente diffusa la pratica dell’attestazione di miscredenza (takfîr), della maledizione (la‛nah) e dell’accusa di perversione nei confronti dei Musulmani, senza alcuna reale comprensione né prudenza, da parte di persone non qualificate né autorizzate a profferire sentenze di questo genere, e senza alcuna effettiva base di ordine giurisprudenziale.
Non c’è dubbio che si tratti di una questione molto grave, che non costituisce soltanto una pratica odiosa e lesiva per la propria fede e per l’altrui, ma anche una causa di violenza e di disordine sociale – cioè una vera e propria sedizione (fitnah) che aggredisce e minaccia la Comunità dei credenti tanto materialmente quanto spiritualmente, ovvero tanto dal punto di vista dell’ordine pubblico e della sicurezza personale dei credenti, quanto nell’ambito della comprensione dottrinale e della pratica religiosa della Comunità nel suo complesso.

Laddove un Musulmano commetta un errore, o perfino disubbidisca consapevolmente alla Legge sacra – anche laddove tale disubbidienza fosse tra le più gravi (kabâ’ir) – ciò può ricadere tutt’al più nell’ambito di una miscredenza in termini generali (kufr mutlaq), ma non determina affatto di per sé la specifica miscredenza del singolo individuo (kufr mu‛ayyan), né ne statuisce la fuoriuscita dalla Comunità dei credenti – a meno che egli non attesti apertamente la liceità di questa sua disubbidienza, dichiarando quindi permissibile ciò che Dio ha proibito, e contrastando così l’ordine della Legge sacra in maniera diretta, nel senso di un’aperta contrapposizione di natura intellettuale.
Laddove, dunque, un musulmano fornicasse, o rubasse, od assumesse delle bevande alcoliche, non si direbbe certamente che questi è miscredente, ma piuttosto che ha disobbedito e si è comportato in maniera perversa; se però costui sostenesse esplicitamente e convintamente che il vino, la fornicazione, il furto – o qualcosa d’altro tra ciò che è notoriamente proibito – sono leciti, e che Allâh non li ha proibiti, ciò costituirebbe un’aperta opposizione dottrinale e spirituale all’ordine di Allâh a questo proposito, e questo lo farebbe ricadere nella più grave miscredenza, rispetto a cui sono necessari il recesso e la ritrattazione, oltre al pentimento ed alla conversione interiore (tawbah).

In virtù della gravità e della delicatezza di tale questione, nonché della sua grande importanza in seno alla Comunità, tanto i sapienti (‛ulamâ’) antichi quanto i moderni l’hanno discussa a lungo ed approfonditamente, tramite la spiegazione e la chiarificazione dettagliata delle sue condizioni e dei suoi impedimenti. In tal modo, essi hanno stabilito un solido argine dottrinale ad un duplice estremismo: quello di un ricorso esagerato ed illegittimo all’attestazione di miscredenza – che ha storicamente caratterizzato l’eresia khârijîta – da un lato, e quello di una sospensione completa ed un rinvio sistematico (murji’ah) del giudizio, anche a fronte di prove evidenti ed inequivocabili, dall’altro.

Tra i numerosi sapienti contemporanei che si sono confrontati con questo tema nelle loro lezioni, conferenze e pronunciamenti, c’è lo Šaykh Muhammad Nâsir ud-Dîn al-Albânî. Fu infatti rivolta allo Šaykh una domanda relativa alla questione del takfîr, ed egli diede una risposta articolata a tal proposito, che fu successivamente diffusa attraverso alcune pubblicazioni e giornali arabi. [7] In virtù dell’importanza di questo argomento, il muftî del Regno dell’Arabia Saudita, lo Šaykh ‛Abd al-‛Azîz ibn ‛Abd Allâh ibn Bâz [8], e lo Šaykh Muhammad Sâlih ibn al-‛Uthaymîn ne compilarono delle note introduttive, approvando ed illustrando ciò che lo Šaykh al-Albânî aveva argomentato. [9]

Ci sembra opportuno tradurre e riproporre questa risposta dello Šaykh al-Albânî per diversi ordini di motivi. Il primo riguarda la sua impostazione, ad un tempo sintetica ed esauriente, che si presta dunque a costituire una buona introduzione sul tema.
Il secondo si riferisce al fatto che lo Šaykh al-Albânî è un Sapiente contemporaneo, quindi pienamente avvertito e consapevole delle problematiche del nostro tempo, morto però ormai qualche anno fa – nel 1999/1419, che Dio ne abbia misericordia – e ciò lo pone al riparo dalle più recenti influenze e sedizioni, come disse Ibn Mas‛ûd: «Chi vuole seguire il sentiero [di qualcuno, imitandone scrupolosamente l’esempio], segua il sentiero di colui che è appena morto, poiché il vivo non è al riparo dalla sedizione». [10]
Infine, lo Šaykh al-Albânî è un Sapiente molto noto, le cui opere ed i cui pronunciamenti sono oggi largamente diffusi, in particolar modo tra i giovani musulmani; egli costituisce dunque un riferimento autorevole agli occhi di molti di coloro che sono maggiormente esposti all’influenza di una comprensione erronea e parziale dei dati tradizionali.

Questa breve traduzione della parola dello Šaykh al-Albânî costituisce dunque un primo contributo, introduttivo alla chiarificazione ed all’approfondimento di una questione – quella dell’attestazione di miscredenza (takfîr) – di grande importanza e di estrema gravità, tanto da un punto di vista generale quanto in relazione ai drammatici turbamenti che affliggono la Comunità islamica, nei Paesi musulmani come in Occidente.
Col permesso d’Iddio, ad essa faranno dunque seguito ulteriori contributi qualificati – relativi alla tradizione sapienziale classica, ed all’insegnamento ininterrotto dei Sapienti musulmani di tutti i secoli – in vista di una chiarificazione definitiva in lingua Italiana, a beneficio della Comunità islamica e di qualsiasi persona che fosse interessata all’argomento.

Chiediamo ad Iddio Altissimo di accettare questo sforzo e di renderlo sinceramente rivolto in via esclusiva al Suo compiacimento, per mezzo del servizio ai Suoi servi ed alla Sua santa Tradizione, di cui Egli è il vero Custode e l’autentico Garante.
E che Dio elogi, preservi e benedica il nostro signore [11] e maestro Muhammad, insieme alla sua pura Famiglia ed ai suoi nobili Compagni, ed a tutti coloro che li hanno seguiti e li seguiranno veridicamente sul sentiero della fede, fino al Giorno del Giudizio. 

Leggi dalla stessa opera dello Šaykh al-Albânî (che Allâh ne abbia misericordia):
2) 
«Sulle origini e le cause del “takfirismo”» 
3)
 «Sulla miscredenza di chi non giudica secondo la Sharî‘ah»

[1] Lo ha riportato al-Bukhârî (6103-4).
[2] Li ha riportati l’Imâm Ahmad nel suo Musnad (44/2, 47, 60, 105). Ha detto Ahmad Šâkir, in Tahqîq al-Musnad (2035, 5077, 5259, 5824), che la loro catena di trasmissione è autentica (isnâd sahîh).
[3] Lo ha riportato al-Bukhârî (6045).
[4] An-Najmî, Majmû‛ ar-Rasâ’il (p. 96).
[5] Costituisce cioè una prerogativa del potere giudiziario e di coloro che sono preposti all’applicazione delle sue decisioni, nella loro funzione di custodi e garanti della Legge sacra (Šarî‛ah), nonché di suoi esecutori legittimi ed autorizzati in seno alla società dei credenti.
[6] Cosa diversa dal giudizio (hukm) di miscredenza è la presunzione (zann) di miscredenza: laddove il primo è di carattere giuridico – e costituisce dunque una prerogativa esclusiva dei Sapienti e di coloro che detengono specifiche funzioni di ordine politico e giudiziario, in virtù delle sue dirette conseguenze sul piano dello statuto personale e del diritto di famiglia – il secondo è di carattere personale, e si limita al piano della presunzione personale dello statuto altrui, senza che ciò abbia la facoltà di dar luogo a conseguenze per altre persone.
Laddove dunque, ad esempio, un credente ritenesse di verificare degli elementi che lascino presagire la miscredenza di un certo individuo (kufr mu‛ayyan) – secondo la sua comprensione personale (zann), od in virtù delle indicazioni di un Sapiente che non abbia però assunto formali funzioni giudicanti, che risultino cioè vincolanti ed efficaci dal punto di vista della Legge sacra – tale credente potrebbe trarre le sue conseguenze circa il modo più prudente ed opportuno di rapportarsi a questo individuo, ma non sarebbe in alcun modo autorizzato ad applicare nei suoi confronti il provvedimento (hukm) eventualmente previsto dalla Legge sacra.
A questo proposito, è necessario ricordare d’altronde come il principio fondamentale nel rapporto tra i credenti sia il “buon pregiudizio” (husn az-zann), cioè la presunzione di fedeltà e di innocenza: ciò non soltanto “fino a prova contraria”, ma – a seconda dei casi – perfino “finché vi sia possibilità di presumere positivamente”, anche a fronte di evidenze diverse e compromettenti.
[7] Tra le altre, la rivista “as-Salafiyyah” ha riportato la risposta dello Šaykh al-Albânî nel suo primo numero del 1415 H. (1994), ed il giornale “al-Muslimûn” l’ha diffusa nel suo numero 556, nel 1416 (1995).
[8] Tra le altre, la rivista “ad-Da‛wah” ha riportato l’introduzione dello Šaykh Ibn Bâz nel suo numero 1511 del 1416 H. (1995), ed il giornale “al-Muslimûn” l’ha diffusa nel suo numero 557, nello stesso anno.
[9] Abû Anas ‛Alî Abû Lawz, introduzione alla trascrizione del discorso dello Šaykh al-Albânî (1996).
[10] Ibn ‛Abd al-Barr, Jâmi‛ Bayân al-‛Ilm wa fadluh (2/947).
[11] Col termine “signore” traduciamo la parola araba “sayyid”, che indica appunto una condizione di rispettabilità e di preminenza, e che può essere adottata anche nei confronti di persone comuni, in segno di rispetto e di riverenza – analogamente all’italiano “il signor Tal dei tali”.
Ciò differisce dalla parola “rabb”, tradotta a sua volta come “signore”, che indica piuttosto una funzione di ordinamento e di regolamentazione, rispetto a cui si stabilisce una relazione di dipendenza e di sottomissione. Si tratta di due ordini di “signoria” differenti, che nella lingua Araba sono infatti indicati con parole diverse.
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