Sulle origini e le cause del “takfirismo”

Fu rivolta questa domanda a Šaykh Muhammad Nâsir ud-Dîn al-Albânî: [1]

Nobile Šaykh, siete ben a conoscenza di quanto è avvenuto sul campo di battaglia afghano in quell’epoca [in cui molti Arabi si impegnarono a fianco della popolazione locale per liberare l’Afghânistân dall’occupazione sovietica], tra le formazioni [dei mujâhidîn] ed i gruppi deviati che in quel contesto si moltiplicarono tra i loro ranghi, e che purtroppo riuscirono a diffondere le loro idee – sovversive rispetto alla corretta metodologia tradizionale applicata dai pii Predecessori – tra i giovani musulmani ortodossi che erano impegnati nella lotta in Afghânistân.

Tra queste idee, vi è l’attestazione di miscredenza (takfîr) nei confronti dei governanti [attuata al di fuori delle necessarie condizioni šara‘îtiche che ne sanciscano la legittimità], e la [pretesa] rivivificazione di pratiche abbandonate, come l’uccisione [compiuta – allo stesso modo – al di fuori delle necessarie condizioni šara‘îtiche che ne sanzionino la legittimità, ad esempio nell’ambito di contesti di conflitto regolamentati dal diritto di guerra].

Ora – dopo che questi giovani hanno fatto ritorno nei loro paesi, in seguito al jihâd [in Afghânistân] – alcuni di loro hanno cominciato a diffondere queste opinioni e questi travisamenti tra i giovani nelle loro assemblee; ci hanno informato che si è già verificata [anche] tra voi ed uno dei fratelli una lunga discussione a proposito del tema del takfîr: per realizzare la registrazione [e la diffusione dei contenuti] di questa discussione, vorremmo chiedere a vostra Eccellenza un approfondimento sulla questione, che Dio vi ricompensi. [2]

Rispose lo Šaykh, che Allâh ne abbia misericordia, con questo utile discorso:

Invero ogni lode appartiene ad Allâh: Lo lodiamo, Ne imploriamo l’aiuto, Gli domandiamo perdono, e presso di Lui prendiamo rifugio a fronte dei mali delle nostre anime ed alle pecche delle nostre azioni. Colui che Allâh guida, non v’è alcuno che lo possa sviare, e colui che Allâh svia, non v’è alcuno che lo possa guidare. Attesto che non v’è altra divinità [degna d’essere adorata] all’infuori di Allâh (ﷻ), unico e senza associati, ed attesto che Muhammad è il Suo servo ed il Suo Inviato (ﷺ). Successivamente: 

Invero, la questione del [ricorso eccessivo ed illegittimo al] takfîr non riguarda soltanto i governanti (hukkâm), ma anche i governati; si tratta di una sedizione (fitnah) antica, che ha contraddistinto una delle prime eresie islamiche, conosciuta come khârijîta, e coloro che vi aderirono sono un gruppo menzionato nei libri dedicati alle sette eretiche (firaq) – e tra queste sette [in cui l’eresia khârijîta si è poi tradotta e manifestata], ve n’è una che non ha smesso di esistere fino ad oggi con un altro nome, che è quello di al-Ibâdiyyah. [3]

Fino a poco tempo fa, i seguaci di questa setta erano perlopiù raccolti tra di loro, senza che svolgessero alcuna [significativa] “attività di predicazione” (našât da‘wî), come si dice oggi; tuttavia, da qualche anno hanno cominciato ad operare ed a diffondere alcune opere ed alcune credenze dottrinali (‘aqâ’id), tra quelle che costituivano gli elementi essenziali della dottrina degli antichi aderenti a quell’eresia (khawârij).
Senonché, essi si sono occultati tramite una caratteristica distintiva degli ši‘îti, cioè la dissimulazione (taqiyyah): essi dicono dunque di non essere khawârij, ma voi tutti ben sapete che il nome non modifica assolutamente le caratteristiche distintive del nominato [4], ed essi [di fatto] corrispondono nelle loro affermazioni a ciò che affermavano i khawârij, a proposito dell'[illegittima] attestazione di miscredenza (takfîr) di coloro che commettono peccati gravi (kabâ’ir) [senza però ritenere lecito ciò che fanno]. [5]

Oggi vi sono dunque alcuni gruppi – che pure si riferiscono [in origine] ad un’impostazione corretta, nella loro scrupolosa adesione al Libro [di Dio] ed alla Sunnah dell’Inviato di Allâh (ﷺ) – che purtroppo finiscono per fuoriuscire dai limiti segnati dal Libro e dalla Sunnah, e [paradossalmente fanno ciò] in nome del Libro e della Sunnah. [6]

La causa di tutto ciò dipende da due elementi, secondo la mia comprensione e analisi. [7]
Il primo di essi è la superficialità della conoscenza (dihâlatu l-‘ilm) e la mancanza di una comprensione approfondita della Religione [da parte di queste persone].

Il secondo elemento – ed è molto importante – è che essi non comprendono i principi fondamentali della Legge sacra (al-qawâ‘id as-šar‘iyyah), i quali costituiscono [altresì] i fondamenti della corretta predicazione islamica, e rispetto ai quali, chiunque se ne discosti aderisce a[d una di] quelle sette che si sono discostate dal Gruppo (Jamâ‘ah) che il Profeta (ﷺ) ha elogiato in più di un hadîth, ed anzi che il nostro [stesso] Signore (ﷻ) ha menzionato, spiegando come come coloro che se ne discostassero, si sarebbero perciò discostati da Allâh e dal Suo Profeta – e mi riferisco così alla Parola dell’Altissimo:

وَمَنْ يُشَاقِقِ الرَّسُولَ مِنْ بَعْدِ مَا تَبَيَّنَ لَهُ الْهُدَىٰ وَيَتَّبِعْ غَيْرَ سَبِيلِ الْمُؤْمِنِينَ نُوَلِّهِ مَا تَوَلَّىٰ وَنُصْلِهِ جَهَنَّمَ ۖ وَسَاءَتْ مَصِيرًا
«Chi si separa dal Messaggero dopo che gli si è manifestata la guida, e segue un sentiero diverso da quello dei credenti, lo allontaneremo come si è allontanato, e lo getteremo nell’Inferno: qual triste destino». [8

Invero Allâh (ﷻ) – per una ragione molto chiara, secondo la Gente della Conoscenza – non si è limitato alla Sua Parola «Chi si separa dal Messaggero dopo che gli si è manifestata la guida [..] lo allontaneremo come si è allontanato», bensì ha aggiunto alla separazione dall’Inviato il seguire un sentiero diverso da quello dei credenti, dicendo: «Chi si separa dal Messaggero dopo che gli si è manifestata la guida, e segue un sentiero diverso da quello dei credenti, lo allontaneremo come si è allontanato, e lo getteremo nell’Inferno: qual triste destino».
Il seguire o il non seguire il sentiero dei credenti (sabîl al-mu’minîn) è dunque una questione molto importante, che vi si corrisponda o meno: colui che segua il sentiero dei credenti è salvo presso il Signore dei mondi, laddove per colui che se ne discosti, la sua ricompensa è [la destinazione verso] l’Inferno, e qual triste destino.

A partire da ciò [cioè dall’incomprensione dei principi fondamentali della Legge sacra, e dal conseguente allontanamento dal Gruppo degli autentici credenti, che invece comprendono ed operano correttamente in base ad essi], molti gruppi hanno deviato [dalla retta Via] – tanto nell’antichità quanto nei tempi più recenti – poiché non hanno aderito al sentiero dei credenti, e hanno contato esclusivamente sui loro intelletti [prescindendo in minore o maggior misura dal dato rivelato, e dalla sua corretta e coerente interpretazione sapienziale], o piuttosto hanno seguito le loro passioni nell’interpretare il Libro [di Dio] e la Sunnah, e poi hanno costruito su questo [approccio autoreferenziale delle inferenze, che hanno dato luogo a] delle conseguenze molto pericolose, ed a causa di esse si sono quindi discostati da ciò su cui erano [concordi] i nostri pii Predecessori.

Il Profeta (ﷺ) ha enfatizzato con grande enfasi – in più di una narrazione profetica autentica – questa parte della nobile âyâ [in cui è detto]: «e segue un sentiero diverso da quello dei credenti», e queste narrazioni cui mi riferisco – e tra cui ne ricorderò qualcuna, tra ciò che può aiutare [ad esporre più chiaramente] il mio discorso – non sono sconosciute tra i Musulmani comuni, ed a maggior ragione tra i più sapienti; tuttavia, ciò che è [perlopiù] ignorato di esse è che queste indicano la necessità di aderire al gruppo dei credenti nella comprensione (fahm) del Libro [di Dio] e della Sunnah [aderendo cioè da un punto di vista intellettuale e dottrinale, e non in senso puramente numerico e quantitativo]; [perfino] molti Sapienti dimenticano questo aspetto, ed in particolare coloro che sono conosciuti come «il gruppo [connotato dall’attestazione indiscriminata] del Takfîr».

Costoro si considerano pii e sinceri, ma questa considerazione non è sufficiente da sola, per ottenere [effettivamente] la salvezza ed il successo presso Allâh (ﷻ). E’ invece necessario che i Musulmani realizzino e riuniscano due elementi:

  • la purezza (ikhs) nell’intenzione [affinché questa sia rivolta sinceramente ed in via esclusiva] ad Allâh (ﷻ) [a discapito di propositi di ordine mondano e terreno],
  • e la perfezione nella sequela (ittibâ‘a) di ciò su cui era il Profeta (ﷺ) [in termini di insegnamento, di ortodossia e di ortoprassi rituale e comportamentale].

Non è dunque sufficiente che un Musulmano sia serio e sincero, a proposito di ciò che mette in pratica nell’agire secondo il Libro [di Dio] e la Sunnah e nell’invitare ad essi, bensì è necessario che, oltre a ciò, egli adotti altresì una metodologia (minhaj) corretta ed equilibrata [che sia cioè conforme alla lettera ed allo spirito dell’insegnamento profetico].

Tra quegli ahadîth ben noti [che illustrano questi principi] – cui ho fatto riferimento in precedenza – c’è l’hadîth “delle 73 sette”, in cui [il Profeta] disse (ﷺ): «Gli Ebrei si suddivisero in 71 sette, i Cristiani si suddivisero in 72 sette, e la mia Comunità si dividerà in 73 sette, delle quali tutte saranno nel Fuoco tranne una». Chiesero: «Quale, o Inviato di Allâh?». Rispose: «Il Gruppo (al-Jamâ‘ah)». [9]
E secondo un’altra narrazione: «[Quella di coloro che aderiscono a] ciò su cui ci troviamo io ed i miei Compagni [in termini di ortodossia ed ortoprassi]». [10]

Riscontriamo dunque che la risposta del Profeta (ﷺ) corrisponde esattamente all’âyâ menzionata in precedenza: «e segue un sentiero diverso da quello dei credenti».
I primi a rientrare nel significato dell’âyâ sono i Compagni dell’Inviato di Allâh (ﷺ), poiché nell’hadîth il Profeta (ﷺ) non si è limitato a dire «ciò su cui mi trovo io» – benché ciò potesse considerarsi sufficiente [in virtù della completezza e della vastità dell’insegnamento profetico], per la condizione del Musulmano che comprenda veridicamente il Libro [di Dio] e la Sunnah – bensì [ha menzionato anche i suoi Compagni] come conferma concreta ed “operativa” della Parola dell’Altissimo (ﷻ), a suo proposito:

بِالْمُؤْمِنِينَ رَءُوفٌ رَحِيمٌ
«Dolce e misericordioso verso i credenti». [11

Tra gli elementi della sua dolcezza e della sua misericordia nei confronti dei suoi Compagni e dei suoi Successori, c’è dunque il fatto che egli abbia chiarito loro che il segno distintivo della “setta salvata” è di trovarsi su ciò su cui si trovava il Profeta (ﷺ) [in termini di ortodossia e di ortoprassi], e su ciò su cui si trovavano i suoi Compagni dopo di lui.

Non è dunque lecito limitarsi, nella comprensione del Libro [di Dio] e della Sunnah, agli strumenti [dottrinali elementari] cui è [comunque] necessario far ricorso, come la comprensione della lingua Araba, la scienza “dell’abrogante e dell’abrogato” (an-nâsikh wa l-mansûkh), ed altri; piuttosto, è necessario fare ritorno in ogni aspetto di questa comprensione a ciò su cui erano i Compagni del Profeta (ﷺ) [in termini di ortodossia e di ortoprassi], poiché essi – come è chiaramente illustrato dalle loro narrazioni e dalle loro vite – furono i più sinceri nei confronti di Allâh (ﷻ) nell’adorazione, più sapienti e comprensivi di noi a proposito del Libro [di Dio] e della Sunnah, e così procedendo via via nelle lodevoli caratteristiche che assunsero [e di cui furono nobilmente adornati].

Questo hadith riecheggia direttamente quello riguardante i Vicari ben guidati (al-khulafâ’ ar-râšidûn), ricordato nelle opere dedicate alla Sunnah nella trasmissione che ne ha fatto ‘Irbâd ibn Sâriyah (che Allâh ne sia soddisfatto), il quale disse: «L’Inviato di Allâh ci ha esortato con un’esortazione per la quale i cuori hanno fremito e gli occhi hanno pianto; dicemmo [in relazione alla circostanza in cui il Profeta ed i Compagni si trovavano a conversare]: “Sembra come se fosse l’esortazione di chi dà un addio: dacci dunque qualche consiglio, o Inviato di Allâh!”. Disse: “Vi esorto ad ascoltare e ad obbedire, anche se il vostro capo fosse uno schiavo abissino; invero, colui tra di voi che vivrà [dopo di me] vedrà molte divergenze: aggrappatevi dunque al mio Insegnamento ed all’Insegnamento (Sunnah) dei Successori retti e ben guidati dopo di me. Aggrappatevi ad essa coi denti!». [12]

Ciò che risulta evidente da questo hadîth è ciò che risulta evidente dalla sua risposta alla domanda precedente, laddove ha esortato la sua Comunità (ﷺ) – rivolgendosi ad alcuni tra i suoi Compagni – ad aggrapparsi alla sua Sunnah, senza limitarsi a ciò, ma aggiungendo: «e alla Sunnah dei Successori retti e ben guidati dopo di me».

E’ dunque necessario per noi ribadire sempre ed incessantemente – se vogliamo comprendere adeguatamente la nostra Dottrina (aqîdah) ed il nostro servizio (‘ibâdah) [all’Altissimo], le qualità del nostro buon comportamento tradizionale (akhlâq) e la nostra condotta spirituale (sulûk) – che è necessario fare ritorno ai nostri pii Predecessori per comprendere adeguatamente tutte questi principi, che per il Musulmano è necessario realizzare [tramite una comprensione ed una pratica corrette] per poter essere annoverato nella Setta salvata (al-Firqatu n-Nâjiah). [13]

A partire da[lla mancata comprensione di] questo punto, molte sette antiche e moderne hanno deviato [dalla retta Dottrina], nella misura in cui non hanno fatto riferimento all’âyâ menzionata in precedenza, né all’hadîth relativa alla Sunnah dei Vicari ben guidati. Era dunque naturale e necessario che [in virtù di quest’omissione] costoro – così come coloro che li hanno preceduti – abbandonassero il sentiero del Libro [di Dio] e della Sunnah dell’Inviato di Allâh (ﷺ), e la metodologia dei pii Predecessori.

Tra costoro vi sono dunque [coloro che sono noti come] i khawârij, antichi e moderni.

Leggi dalla stessa opera dello Šaykh al-Albânî (che Allâh ne abbia misericordia):
1) «Introduzione all’opera “La sedizione del takfîr”» 

3)
 «Sulla miscredenza di chi non giudica secondo la Sharî‘ah»

[1] Questa conversazione fu registrata il 12 di Jumâdâ l-Awwal 1413 (7 Novembre 1993), ed in seguito alla sua trascrizione è stata rivista ed annotata da Šaykh Muhammad ‘Aîd al-‘Abbâsî.
[2] La replica offerta dallo Šaykh al-Albânî risale ormai ad oltre 20 anni fa. Essa dimostra innanzi tutto come determinate problematiche di ordine dottrinale abbiano spesso avuto origine da situazioni di instabilità politica e di disordine sociale: è opportuno ricordare, in questo senso, come tra i combattenti Arabi del jihâd Afghâno vi furono molti transfughi dalla violenta repressione poliziesca dei regimi dittatoriali dei Paesi arabo-musulmani, che contribuì direttamente all’aggravarsi di determinate forme di radicalizzazione, e talora se ne giovò.
Nel corso dei secoli, i Sapienti musulmani sono sempre stati in prima linea dinanzi al frequente manifestarsi ed alla periodica ricorrenza di tali problematiche, da un lato nei termini di un’accurata confutazione dottrinale e di una dettagliata chiarificazione della Dottrina autentica, e dall’altro tramite la pratica del consiglio e della direzione spirituale dei governanti preposti alla tutela dell’ordine pubblico, nel limite delle loro possibilità.
L’interrogazione rivolta allo Šaykh al-Albânî non fa dunque che perpetuare questa tradizione di impegno intellettuale, secondo l’ordine divino: «Chiedete alla Gente della Conoscenza, se non sapete»; anziché impegnarsi in lunghi dibattiti polemici, perlopiù privi di una solida base dottrinale, è dunque al Sapiente che si è tenuti a rivolgersi per ottenere un punto di vista sintetico, saldamente radicato nel terreno della conoscenza tradizionale, e d’altra parte acutamente rivolto alle problematiche della più stretta attualità.
[3] La setta degli Ibâdiyyah trae la sua denominazione da ‘Abd Allâh ibn Ibâd at-Tamîmî, che nel 65/685 si pose a capo di una fazione moderata del movimento khârijita, ottenendo in tal modo di non essere espulso dalla città di Basrah, mentre il resto del movimento fu costretto ad allontanarsene. Oggi questa metodologia è osservata soltanto nel sultanato del ‘Omân, ed in alcune regioni del Nord Africa.
Lo Šaykh al-Albânî offre qui l’esempio di un approccio tipicamente sapienziale, in cui la disamina di una determinata questione muove da un suo inquadramento dottrinale – in questo caso, nell’ambito dell’eresiologia – e passa successivamente ad un’analisi più dettagliata delle sue caratteristiche e delle sue specificità.
[4] Cioè chiamare una cosa con un nome diverso da quello originario non ne modifica la realtà intrinseca – e costituisce anzi un tentativo di manipolazione e di occultamento, cui la “conoscenza dei Nomi” pone un argine ed un rimedio, tutelando l’originaria ed autentica corrispondenza di realtà che lega il nome ed il nominato.
[5] Benché lo Šaykh sembri stabilire un nesso sostanziale tra il movimento degli Ibâdiyyah e la diffusione di determinate idee devianti, tale nesso va più correttamente inteso nel senso di un’influenza di ordine puramente ideologico, che non si configura necessariamente come un rapporto formale tra questo movimento e coloro che ne adottassero – il più delle volte inconsapevolmente – alcuni specifici elementi dottrinali.
E’ in questo senso che i Sapienti ricorrono frequentemente a terminologie (mustalahât) tecniche, per cui indicando un certo soggetto con una particolare denominazione non se ne attesta innanzi tutto una filiazione di ordine politico e comunitario, bensì una caratteristica di natura ideologica e dottrinale – eventualmente condivisa ed assimilabile a quella di altri soggetti, pur diversi e distanti dal primo nel tempo e nello spazio.
[6] Lo Šaykh riconosce, attesta e ribadisce a più riprese la fondamentale sincerità di coloro che pure aderiscono a dottrine devianti, senza perdere dunque mai di vista l’aspetto della comprensione umana e della dimensione psicologica di tale adesione ideologica; d’altra parte, chiarisce successivamente come la sincerità dell’intenzione non costituisca un elemento sufficiente per verificare la correttezza del proprio operato, il cui criterio è piuttosto la conformità agli insegnamenti tradizionali, fondati sulla comprensione dei pii Predecessori.
[7‘Alâ fahmî wa naqdî: lo Šaykh offre una prospettiva sapienziale con l’umiltà di non indicarla come definitiva e sistematica, bensì come l’esito di uno sforzo di comprensione personale, che non esclude ulteriori contributi.
[8Al-Qur’ân al-Karîm, Capitolo delle Donne, 4:115.
[9] Lo hanno riportato Abû Dawud (4597); Ibn Mâjah (3992); Ahmad, Musnad (102/4); Ibn Abî ‘Âsim, As-Sunnah (7/1, 32/1); Tabarânî, Al-Kabîr (70/18); al-Hâkim, Mustadrak (47/1, 128/1) ed altri.
[10] Lo hanno riportato Tirmidhî (2641); al-Hâkim, Mustadrak (218/1) ed altri.
[11Al-Qur’ân al-Karîm, Capitolo del Pentimento, 9:128.
[12] Lo hanno riportato Abû Dawud (4607); Tirmidhî (2676), Ibn Mâjah (44); Ad-Dârimî (44-5/1); Ahmad, Musnad (126/4). Letteralmente si indicano i “molari” (nawâjidh), e si raccomanda così di attaccarsi figurativamente con la parte interiore della bocca, essendo il modo in cui è poi più difficile che la presa sfugga.
[13] Lo Šaykh non si limita a menzionare l’ambito della Dottrina teologica (aqîdah), bensì menziona congiuntamente ad esso anche l’ambito della ritualità, del comportamento e della condotta spirituale, che rappresentano in effetti aspetti diversi e complementari di una disciplina coerente ed unitaria. La perdita della comprensione profonda di questo carattere unitario costituisce precisamente uno dei maggiori elementi di criticità, che agevola successivamente il manifestarsi di caratteristiche devianti, o di vere e proprie eresie.
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