Sulla miscredenza di chi non giudica secondo la Sharî‘ah

tavole_leggeIl fondamento del [ricorso esagerato ed illegittimo al] takfîr in quest’epoca – di cui stiamo trattando – è il versetto (âyâ) attorno a cui [i sostenitori di questa dottrina erronea] sollevano diversi argomenti [facendovi polemicamente riferimento, senza però comprenderne l’esatto significato]. In questo versetto Allâh (ﷻ) dice:

وَمَنْ لَمْ يَحْكُمْ بِمَا أَنْزَلَ اللَّهُ فَأُولَٰئِكَ هُمُ الْكَافِرُونَ
«E coloro non giudicano secondo ciò che Allâh ha rivelato,
costoro sono i miscredenti
(kâfirûn)». [1]

Ora, noi tutti sappiamo che questo versetto si ripete [più volte], ed è giunto con tre diverse espressioni terminali: «costoro sono i miscredenti (kâfirûn)», «costoro sono gli iniqui (zâlimûn)» [2], e «costoro sono i perversi (fâsiqûn)». [3]

Tra le prove dell’ignoranza (jahl) di coloro che si riferiscono a questo versetto [soltanto] nella prima di tali espressioni – «costoro sono i miscredenti (kâfirûn)» – c’è il fatto che costoro non hanno [e dimostrano di non avere] la benché minima familiarità con alcuni di quei [molti] dati tradizionali (nusûs) che riguardano l’espressione «kufr» (كفر) [intesa nei suoi vari significati], e la prendono perciò come se essa indicasse [esclusivamente] la fuoriuscita dalla religione – e dunque, come se non vi fosse alcuna differenza tra colui che ricada [occasionalmente] (waqa‘a) in una condizione di kufr e [coloro che vi si trovino in maniera stabile, acclarata ed definitiva, come] i politeisti, gli Ebrei, i Cristiani, ed i membri di altre Comunità che si pongono [formalmente] al di fuori dell’Islâm.

L’importanza della lingua Araba. Tuttavia, il termine «kufr», nella terminologia del Libro [di Dio] e della Sunnah, non significa [esclusivamente] ciò attorno a cui costoro costruiscono teorie [cioè la formale fuoriuscita dall’Islâm]; e ciononostante, essi cercano di imporre questa comprensione errata a molti [di questi dati tradizionali che trattano di tale argomento, od a molti credenti], che invece ne sono [in se stessi] estranei.

Il termine «kufr» non ha infatti un solo significato, similmente agli altri due termini, «zâlimûn» e «fâsiqûn»: così come la definizione di qualcuno come iniquo (zâlim) o perverso (fâsiq) non implica necessariamente che costui sia apostata (murtadd) rispetto alla sua religione, allo stesso modo ciò vale per colui che sia indicato in una condizione di miscredenza (kâfir) [senza che ciò ne determini automaticamente l’apostasia]. [4]

Tale varietà di significato, che può contraddistinguere un singolo termine, è indicata dalla [stessa] lingua Araba, e successivamente dalla dottrina della Legge sacra (šar‘), che è giunta tramite la lingua degli Arabi, la lingua del Nobile Qur’ân.
E’ per questa ragione che è obbligatorio (wâjib), per tutti coloro che si accingano a sentenziare un certo giudizio nei confronti dei Musulmani – siano essi governanti o governati – che abbiano conseguito una solida conoscenza del Libro [di Dio] e della Sunnah [e delle scienze tradizionali ad essi relative], secondo la metodologia dei pii Predecessori; e non è possibile comprendere il Libro [di Dio] e la Sunnah, né ciò che è relativo ad essi, se non attraverso [una solida conoscenza del]la lingua Araba e della sua letteratura, per mezzo di una sua comprensione profonda ed estensiva (ma‘rifah khâssah).

Laddove colui che ricerca la conoscenza (tâlib al-‘ilm) fosse deficitario nella comprensione della lingua Araba, tra ciò che potrebbe aiutarlo nel rimediare a questa carenza ci sarebbe il far ritorno alla comprensione che ne hanno offerto i Sapienti che lo hanno preceduto, in particolar modo coloro che sono vissuti nei primi 3 secoli [dall’egira], conosciuti per la loro eccellenza [anche] in questo ambito. [5]

Torniamo dunque a questo versetto:

وَمَنْ لَمْ يَحْكُمْ بِمَا أَنْزَلَ اللَّهُ فَأُولَٰئِكَ هُمُ الْكَافِرُونَ
«E coloro non giudicano secondo ciò che Allâh ha rivelato,
costoro sono i miscredenti
(kâfirûn)».

Qual è il senso del «kufr» ivi indicato? Si tratta della fuoriuscita dalla religione o di altro?

E’ necessaria grande precisione ed accuratezza nella comprensione di questo versetto, poiché esso indica una condizione di «kufr» per ciò che concerne [soltanto] il proprio operato (al-kufr al-‘amalî), cioè il fuoriuscire con le proprie azioni dall’osservanza di alcuni dei precetti dell’Islâm [e non invece il fuoriuscire formalmente dallo statuto di Musulmano, appartenente alla Comunità dei credenti]. [6]

Ci sostiene in questa comprensione il maestro della Comunità e l’Interprete [per eccellenza] del Qur’ân, Ibn ‘Abbâs (che Allâh sia soddisfatto del padre e del figlio): egli è tra i Compagni del Profeta riconosciuti da tutti i Musulmani – tranne [forse] coloro che aderiscono a quelle sette deviate – come delle guide autorevoli nell’interpretazione del Qur’ân, ed è come se ciò che egli dovette ascoltare nella sua epoca fosse esattamente ciò che noi ascoltiamo a tutt’oggi, laddove delle persone comprendono il versetto in maniera superficiale, senza [la necessaria] attenzione ai suoi aspetti più dettagliati (dûna tafsîl). [7]

Disse dunque Ibn ‘Abbâs (che Allâh sia soddisfatto del padre e del figlio):

«Non si tratta della miscredenza [maggiore e definitiva], cui vi riferite: invero, non si tratta di una [forma definitiva di] miscredenza (kufr) che faccia fuoriuscire dalla Comunità; si tratta [piuttosto] di una [forma minore e transitoria di] miscredenza al di sotto della miscredenza [maggiore e definitiva, che implichi formalmente l’apostasia di chi se ne renda responsabile] (kufr dûna kufr)». [8]

E’ probabile che egli si riferisse, nella spiegazione di questo versetto, alla ribellione di coloro che si rivoltarono contro l’Emiro dei credenti ‘Alî ibn Abî Tâlib (Allâh ne sia soddisfatto): tra le conseguenze di questa ribellione, vi fu che essi sparsero il sangue dei credenti, e fecero contro di loro ciò che non fecero [nemmeno] contro i pagani.
[Dinanzi a ciò] egli spiegò dunque: la questione [dell’attestazione di miscredenza nei confronti di colui che non giudichi secondo ciò che Allâh ha rivelato] non è così come la pongono, o come suppongono che sia [pur in buona fede]: piuttosto, si tratta di una forma di «kufr» inferiore alla miscredenza [che implichi una formale apostasia] (kufr dûna kufr).

Questa è la risposta chiara e sintetica dell’Interprete [per eccellenza] del Qur’ân (Tarjumân al-Qur’ân), a proposito dell’interpretazione [corretta] di questo versetto, che non può dunque essere compreso in maniera diversa, [anche] a partire da quei dati tradizionali (nusûs) cui allude quanto ho appena menzionato. [9]

Alcuni esempi della varietà di significato del termine «kufr». Il termine «kufr» è infatti menzionato in molti casi, nell’ambito dei testi tradizionali (nusûs), e non è possibile interpretarlo come se significasse esclusivamente la fuoriuscita dalla Comunità.

Tra i molti esempi possibili, vi è il noto detto dell’Inviato di Allâh (ﷺ), riportato nelle due raccolte “Autentiche” [di Bukhârî e Muslim] e trasmesso da ‘Abdullâh Ibn Mas‘ûd (che Allâh ne sia soddisfatto), il quale disse: «Disse l’Inviato di Allâh (ﷺ): “Insultare un musulmano è depravazione (fusûq), e combatterlo è miscredenza (kufr)”». [10] In questo caso, il «kufr» indica la disobbedienza (ma‘sîah), cioè la “fuoriuscita ” (khurûj) dall’obbedienza, e tuttavia l’Inviato di Allâh (ﷺ) – che fu il più eloquente nella lingua Araba [11] – si è espresso iperbolicamente, con l’obiettivo di trasmettere efficacemente e di far ben comprendere la sua riprovazione [radicale nei confronti del combattimento fra Musulmani], dicendo: «Combatterlo è miscredenza».

Da un altro punto di vista, possiamo forse interpretare la prima fase di questo hadîth – «Insultare un musulmano è depravazione» – nel senso della depravazione  (fisq) menzionata nella terza espressione del versetto precedente?

وَمَنْ لَمْ يَحْكُمْ بِمَا أَنْزَلَ اللَّهُ فَأُولَٰئِكَ هُمُ الْفَاسِقونَ
«E coloro non giudicano secondo ciò che Allâh ha rivelato,
costoro sono i perversi
 (fâsiqûn)» [12]

Risposta: Vi è sia una depravazione che è sinonimo di quella miscredenza [formale e definitiva] che significa la fuoriuscita dalla Comunità, sia una depravazione che è sinonimo di quella miscredenza [parziale e provvisoria] che non significa la fuoriuscita dalla Comunità, e che non è altro – come ha detto l’Interprete del Qur’ân [Ibn ‘Abbâs] – che una forma di «kufr» inferiore alla miscredenza [che implichi l’apostasia] (kufr dûna kufr).

Questo hadîth [relativo al biasimo dell’insultare e del combattere un Musulmano] conferma dunque che il termine «kufr» può avere questo significato [differente da quello di una miscredenza formale e definitiva]. Perché?

Poiché Allâh (ﷻ) ha menzionato nel nobile Qur’ân il ben noto versetto:

وَإِنْ طَائِفَتَانِ مِنَ الْمُؤْمِنِينَ اقْتَتَلُوا فَأَصْلِحُوا بَيْنَهُمَا ۖ فَإِنْ بَغَتْ إِحْدَاهُمَا عَلَى الْأُخْرَىٰ فَقَاتِلُوا الَّتِي تَبْغِي حَتَّىٰ تَفِيءَ إِلَىٰ أَمْرِ اللَّهِ
«Se due gruppi di credenti combattono tra loro, riconciliateli.
Se poi [ancora] uno di loro commettesse degli eccessi, combattete quello che eccede, finché non si pieghi all’Ordine di Allâh
». [13

Qui il nostro Signore (ﷻ) ha dunque menzionato il gruppo prevaricatore (al-firqatu l-bâghiyah) che combatte contro il gruppo di credenti detentore del Diritto, e nonostante ciò non ha stabilito per il primo una condizione di miscredenza [formale, chiamandoli piuttosto «credenti»], nonostante l’hadîth dica che «Combatterlo è miscredenza».
Tale combattimento portato nei confronti di un Musulmano è dunque una forma di «kufr» inferiore alla miscredenza [che implichi l’apostasia] (kufr dûna kufr), come ha illustrato Ibn ‘Abbâs nella spiegazione del versetto (â) menzionato in precedenza.

Il combattimento del Musulmano nei confronti del Musulmano è dunque una forma di prevaricazione e di trasgressione, e di perversione e di miscredenza, e tuttavia ciò indica che vi è una forma di miscredenza circoscritta al proprio operato (kufr ‘amalî) ed una forma di miscredenza [che invece compromette l’integrità] del proprio credo (kufr i‘tiqâdî).

E’ a partire da queste [ed altre] evidenze che si è articolata questa dettagliata distinzione, nella cui discussione e spiegazione si è lungamente impegnato l’Imâm veritiero, Šaykh al-Islâm Ibn Taymiyyah (che Allâh ne abbia misericordia), e dopo di lui il suo pio discepolo Ibn Qayyim al-Jawziyyah. Ad entrambi va il merito di aver elaborato e discusso la suddivisione dei significati del termine «kufr» [e della loro portata], suddivisione il cui stendardo fu innalzato [e cioè la cui ragion d’essere fu chiarificata in primis] dall’Interprete del Qur’ân, con quella spiegazione sintetica e concisa [menzionata in precedenza]. [14]
Ibn Taymiyyah ed il suo discepolo e compagno Ibn Qayyim al-Jawziyyah (che Allâh abbia misericordia di entrambi) hanno dettagliato coerentemente la questione, in base alla necessità di distinguere la miscredenza [formale e definitiva, che compromette l’integrità] del proprio credo (kufr i‘tiqâdî) da quella forma di miscredenza circoscritta [soltanto] al proprio operato (kufr ‘amalî) [che non implica dunque la fuoriuscita dalla Comunità]. [15]

Se non fosse per questo [genere di chiarificazioni benefiche, offerte dai Sapienti musulmani di ogni epoca], il Musulmano senza sapere ove rivolgersi, nel mezzo della sedizione [provocata da coloro che accusano infondatamente altri Musulmani] della fuoriuscita dalla Comunità dei musulmani – sedizione in cui si sono trovati [ad operare] i khawârij nell’antichità, ed alcuni loro emuli nei nostri giorni.

L’espressione «combatterlo è miscredenza» non indica quindi l’uscita dalla Comunità.
Allo stesso modo, gli ahadîth analoghi a questo sono molto numerosi: se li si riunisse in un’unica sequela, ne risulterebbe un documento davvero utile, in cui vi sarebbe una prova indiscutibile per coloro che si arrestano a [una comprensione superficiale del significato del] versetto precedente, di cui vorrebbero costringere il significato nell’ambito della miscredenza integrale (kufr i‘tiqâdî) [a differenza di quanto spiegato finora].

Ci basta comunque questo hadîth, poiché esso è un’indicazione chiara del fatto che, per un Musulmano, combattere suo fratello costituisca una forma di «miscredenza» (kufr), nel senso [però] di un «miscredenza» circoscritta al proprio operato (kufr ‘amalî) [nei termini cioè di una caratteristica illecita e gravemente biasimevole], e non di una «miscredenza» estesa al proprio credo (kufr i‘tiqâdî) [che comprometterebbe quindi formalmente il proprio statuto di Musulmano e la propria appartenenza alla Comunità dei credenti]. [16]

Leggi dalla stessa opera dello Šaykh al-Albânî (che Allâh ne abbia misericordia):
1)
«Introduzione all’opera “La sedizione del takfîr”» 
2) 
«Sulle origini e le cause del “takfirismo”»

[1Al-Qur’ân al-Karîm, Capitolo della Tavola imbandita, 5:44.
[2Al-Qur’ân al-Karîm, Capitolo della Tavola imbandita, 5:45.
[3Al-Qur’ân al-Karîm, Capitolo della Tavola imbandita, 5:47.
[4] Ibn Fâris ed Ibn Athîr hanno spiegato come il significato linguistico del termine «kufr» sia il «coprire» o «celare» qualcosa. La «miscredenza» costituirebbe in questo senso una «copertura» della Verità, in tal modo respinta e rinnegata, del tutto od in parte, intellettualmente o per via di determinati comportamenti.
Un esempio della varietà di significati che il termine «kufr» può assumere nella lingua Araba, alla luce di questo significato originario – e che d’altronde lo stesso Šaykh al-Albânî esemplificherà più estesamente nel seguito della sua argomentazione – è quello dell’hadîth in cui l’Inviato di Allâh (ﷺ) disse: «Mi è stato mostrato il Fuoco [dell’Inferno], e che la maggior parte della sua gente sono le donne che si mostrano ingrate (yakfurna)», indicando l’ingratitudine nei confronti dei mariti e dei benefici che questi apportano loro – e dunque la «copertura» e l’oscuramento di tali benefici, che in tal modo vengono di fatto negati.
[5] Lo Šaykh indica come le prime generazioni di Musulmani non siano da considerarsi eccellenti solo sotto il profilo spirituale, ma anche dal punto di vista dei fondamenti delle scienze tradizionali legate alla Rivelazione islamica. Nel caso della lingua Araba, ad esempio, la conoscenza dei Sapienti dei primi secoli risulta paradigmatica, anche per la loro vicinanza cronologica all’epoca del Profeta (ﷺ) e della Rivelazione coranica.
[6] Nel commentario classico Ahkâm al-Qur’ân, l’Imâm Abû Bakr ibn al-‘Arabî al-Mâlikî ha detto a riguardo:
«[La comprensione di questo versetto] si differenzia: se costui giudica secondo ciò che è presso di lui [in termini di convinzioni o preferenze individuali, facendo] come se ciò provenisse da Allâh, allora questa è una falsificazione (tabdîl), che implica la miscredenza [cioè l’apostasia]; se costui giudica invece in base alla passione od alla disobbedienza [senza però attribuire ciò ad Allâh, né attestando che ciò sia preferibile a quanto Allâh ha stabilito], allora questo è un peccato (dhanb) passibile di perdono [e che non implica apostasia], in conformità al principio riconosciuto dalla Gente della Sunnah circa il perdono dei peccatori».
[7] L’eccellenza di Ibn ‘Abbâs – con particolare riferimento alle scienze dell’interpretazione coranica – fu sancita dall’invocazione che l’Inviato di Allâh (ﷺ) espresse suo favore, dicendo: «O Allâh concedigli una profonda comprensione della Religione, ed istruiscilo nell’interpretazione». (Fath al-Bârî, 205/1)
I Compagni del Profeta avrebbero successivamente attestato e confermato questo carattere di eccellenza, ad esempio laddove ‘Abdullâh Ibn Mas‘ûd disse: «Sì, Ibn ‘Abbâs è l’interprete del Qur’ân!». (Tabarî, 90/1)
Si riporta inoltre, tramite al-A‘maš, che Abû Wâ’il disse: «Un giorno ‘Alî appuntò ‘Abdullâh ibn ‘Abbâs come guida per [quanto concerne gli affari relativi] il periodo del Pellegrinaggio. [In quell’occasione] Ibn ‘Abbâs tenne un discorso alle persone, in cui lesse e spiegò il Capitolo della Giovenca [secondo altre narrazioni, il Capitolo della Luce] in un modo che, se i Romani, i Turchi ed i Persiani l’avessero ascoltato, [di certo] sarebbero entrati nell’Islâm [in virtù della sua conoscenza approfondita ed estensiva del Libro sacro]». (Tabarî, 81/1)
[8] Lo hanno riportato al-Hâkim, Mustadrak (212/2); ad-Dhahabî e Ibn Kathîr, Tafsîr (61/2).
Ibn Jarîr at-Tabarî ha riportato in una narrazione similare, tramite una catena di trasmissione autentica, che Ibn ‘Abbâs disse, spiegando questo versetto: «“Coloro che non giudicano secondo ciò che Allâh ha rivelato” hanno in sé degli elementi di miscredenza (kufr), ma non si tratta [in se stessa] di una miscredenza nei confronti di Allâh, dei Suoi Angeli, dei Suoi Libri e dei Suoi Inviati [tale da pregiudicarne automaticamente l’adesione al Credo islamico e da determinarne l’apostasia e la fuoriuscita dalla Comunità dei credenti]».
In un’ulteriore narrazione, trasmessa da Ibn Abî Talhah, si riporta che Ibn ‘Abbâs disse: «Colui che rinneghi [intellettualmente ed apertamente] ciò che Allâh ha rivelato, ha [formalmente] miscreduto; colui che attesti [invece la veridicità di] ciò che Allâh ha rivelato, e [tuttavia] non giudichi [all’atto pratico] tramite ciò, è un ingiusto (zâlim) ed un perverso (fâsiq) [ma non perciò un apostata ed un miscredente]».
[9] Ha detto lo Šaykh Muhammad Sâlih ibn al-‘Uthaymîn, nel suo commento al discorso dello Šaykh al-Albânî: «[Nella sua spiegazione] lo Šaykh al-Albânî ha fatto riferimento a questo detto trasmesso da parte di Ibn ‘Abbâs (che Allâh ne sia soddisfatto) così come vi hanno fatto riferimento diversi altri Sapienti, che l’hanno giudicato accettabile, nonostante ciò che contiene la sua catena di trasmissione [cioè alcuni elementi di debolezza]: nonostante ciò, essi hanno valutato la sua accettabilità, anche in virtù del fatto che la sua veridicità [dal punto di vista del contenuto] è attestata da molti dati tradizionali [che trasmettono il medesimo insegnamento].
Disse [ad esempio] l’Inviato di Allâh (ﷺ): «Insultare un musulmano è depravazione (fusûq), e combatterlo è miscredenza (kufr)» (Bukhârî 48, Muslim 64); nonostante ciò, il combattimento [di un musulmano] non implica [automaticamente] la fuoriuscita della persona dalla Comunità dei credenti, in virtù della Parola di Dio (ﷻ): «Se due gruppi di credenti combattono tra loro, riconciliateli», fino a dove è detto: «In verità i credenti sono fratelli: ristabilite dunque la concordia tra i vostri fratelli» (Qur’ân 49:9-10) [laddove coloro che si combattono sono comunque chiamati «credenti»].
Tuttavia, dal momento che ciò non è piaciuto a coloro che diffondono la sedizione del [ricorso esagerato ed illegittimo al] takfîr, essi [cercando di contraddire le evidenze dottrinali avanzate nei confronti della loro dottrina] hanno cominciato a mettere in dubbio l’accettabilità e l’autenticità dell’opinione di Ibn ‘Abbâs [insistendo pretestuosamente su alcuni elementi di debolezza secondari, presenti nella trasmissione].
Che venga detto loro: su quale base ne contestate l’autenticità, laddove ad esso ha fatto ricorso chi è migliore di voi e chi più sapiente nella scienza dell’hadîth, e nonostante ciò insistete nel dire che non andrebbe accettato?
Ammesso e non concesso poi che la questione sia come la ponete voi – e cioè che quest’interpretazione non sia stata autenticamente espressa da Ibn ‘Abbâs – abbiamo comunque altri dati tradizionali che indicano come il termine «kufr» possa avere significati più limitati, e non significare necessariamente quel genere di miscredenza che implichi la fuoriuscita dalla Comunità dei credenti, come nel detto del Profeta (ﷺ): «Due [caratteristiche presenti] nelle persone hanno in sé [alcuni elementi] della miscredenza: l’insulto nei confronti della genealogia, e la lamentazione [funebre ostentata] sul morto» (Muslim 67) – e senza dubbio ciò non implica la fuoriuscita dalla Comunità [di colui che ne fosse caratterizzato].
Tuttavia – come ha detto lo stesso Šaykh al-Albânî – è povero il bagaglio di conoscenza [di queste persone], così come è scarsa la comprensione dei principi generali della Legge sacra, e questo è ciò che provoca inevitabilmente un tal genere di devianza [a fronte della chiarezza dei dati tradizionali a questo proposito].
Aggiungiamo a ciò un’altra cosa: la cattiva volontà, che [seppur sincera ed in buona fede] implica una cattiva comprensione – poiché l’uomo, quando desidera [fortemente] qualcosa, accorda naturalmente la sua comprensione a ciò che desidera, e dunque interpreta i dati tradizionali secondo questo desiderio.
Fra i principi ben noti tra i Sapienti, vi è quello che indica di «indagare le prove prima di credere», anziché formarsi una determinata credenza, e poi indagare le prove alla luce di essa, di modo da deviare.
[In sintesi] vi sono dunque tre importanti aspetti determinanti:
1. la povertà del bagaglio di conoscenza šara‘îtica;
2. la scarsa comprensione dei principi generali della Legge sacra;
3. la cattiva comprensione, fondata su una cattiva volontà [cioè un pregiudizio determinato da elementi emotivi fuorvianti, anche laddove fossero basati su intenzioni sincere e disinteressate]».
[10] Lo hanno riportato Bukhârî (48) e Muslim (64).
[11] Afsah man nataqa bi d-Dâd: lett. “il più eloquente tra coloro che si siano espressi con la Dâd”, con elegante e retorico riferimento a quella lettera presente esclusivamente nell’alfabeto Arabo.
[12Al-Qur’ân al-Karîm, Capitolo della Tavola imbandita, 5:47.
[13Al-Qur’ân al-Karîm, Capitolo delle Stanze intime, 49:9.
[14] Lo Šaykh specifica come questo genere di chiarificazioni non costituisca un elemento innovativo, in seno alla tradizione sapienziale: i Sapienti moderni possono basarsi sull’opera di quelli più antichi, contestualizzandola ed adattandola alla comprensione dei loro contemporanei; d’altra parte, gli stessi Sapienti più antichi hanno coerentemente operato sulla base delle indicazioni offerte dalle prime generazioni di Musulmani, le quali erano a loro volta a stretto contatto ed in diretta continuità col dato rivelato del Libro di Dio e della Sunnah dell’Inviato di Dio (ﷺ) – di cui le successive interpretazioni sapienziali sono dunque da considerarsi articolazioni e specificazioni, che ne conservano e ne chiarificano il significato originario.
[15] Ha detto lo Šaykh Muhammad Sâlih ibn al-‘Uthaymîn, in relazione all’opera di Ibn Taymiyyah:
«Tra gli esempi di una cattiva comprensione, vi è la parola di coloro che attribuiscono allo Šaykh al-Islâm Ibn Taymiyyah di aver sostenuto che ogni qualvolta si menzioni il «kufr», ciò indichi la miscredenza maggiore [che implica la fuoriuscita dalla Comunità dei credenti], e tramite questa attribuzione [erronea] argomentano [erroneamente] l’attestazione di miscredenza (takfîr) a partire da questo versetto:
وَمَنْ لَمْ يَحْكُمْ بِمَا أَنْزَلَ اللَّهُ فَأُولَٰئِكَ هُمُ الْكَافِرُونَ
«E coloro non giudicano secondo ciò che Allâh ha rivelato,
costoro sono i miscredenti
(kâfirûn)»,
benché non sia affatto implicato dal versetto che questa sia la miscredenza [che estromette dalla Comunità].
Al contrario, la posizione autentica dello Šaykh al-Islâm Ibn Taymiyyah (che Allâh ne abbia misericordia) è che egli abbia indicato la differenza tra l’espressione «al-kufr», determinata dall’articolo «al-», e l’espressione indeterminata «kufr»; e per quanto riguarda il qualificativo, è corretto che diciamo ricorriamo [indistintamente] alla forma definita [«al-kâfirûn»] o indefinita [«kâfirûn»], in riferimento a ciò che li caratterizzi, in termini di «kufr» che [pure] non ne determina la fuoriuscita dalla Religione. Egli ha dunque stabilito una distinzione tra la descrizione dell’azione (fi‘l) e la descrizione del soggetto che agisce (fâ‘il).
In base a ciò, a proposito dell’interpretazione del versetto che abbiamo menzionato, dobbiamo attestare che il giudizio secondo qualcosa d’altro da ciò che ha rivelato Allâh non costituisce una forma di «kufr» che determini la fuoriuscita dalla Comunità, ma piuttosto di un «kufr» circoscritto al proprio operato (kufr ‘amalî) [a patto che tale giudizio non si basi su una presunzione di inferiorità della Legge sacra rispetto ad altri regolamenti di ordine umano: ciò costituirebbe invece una forma di miscredenza di ordine intellettuale, che – se espressa con convinzione – comporterebbe l’apostasia, laddove non fosse adeguatamente rivalutata e ritrattata, ndr].
Colui che giudichi in questo modo fuoriesce quindi dalla retta Via [in termini di disobbedienza e perversione, senza però fuoriuscire formalmente dalla Comunità dei credenti], ed non in ciò non vi è differenza [sostanziale] tra colui che prenda una legislazione positiva [di ordine umano] precedentemente formulata da altri e l’applichi nel suo Paese, e colui che istituisca [da sé] una legislazione, e ponga in vigore tale legge umana».
[16] Col permesso di Allâh (ﷻ), ci ripromettiamo di riprendere e di approfondire ulteriormente questo importante argomento, ad un tempo di giurisprudenza (fiqh) e di dottrina teologica (aqîdah), di cui la breve argomentazione dello Šaykh al-Albânî – di cui qui stiamo presentando una traduzione – deve considerarsi una disamina introduttiva, per quanto di per sé già sufficientemente chiara ed esauriente.
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