Riflessioni a margine dell’incontro al Viminale

Breve intervista rilasciata al sito L’Intellettuale Dissidente.
Corsivi, brevi integrazioni e collegamenti ipertestuali miei, apportati in questa sede. 

Lo scorso 23 febbraio il Ministro dell’Interno Angelino Alfano ha convocato una riunione con alcuni esponenti delle comunità Islamiche italiane, con l’obiettivo di fornire una maggiore cooperazione tra comunità e istituzioni e dare risposte all’esigenza del diritto di culto, contrastando al contempo ogni estremismo religioso. Il responsabile del Viminale aveva già annunciato l’incontro durante la sua visita a Washington, dove ha partecipato al vertice della Casa Bianca contro l’estremismo violento.

Pensiamo che un dialogo che metta in chiaro la capacità del nostro governo di distinguere chi prega da chi spara sia un tema essenziale – ha spiegato il ministro – vogliamo che ciascuno prenda posizione: chi prega ha diritto di pregare e di dire che sta dalla parte della legge italiana”. L’obiettivo dell’incontro “è quello di alimentare ogni canale di dialogo – ha aggiunto – che aiuti a prevenire eventi tragici in Italia. Tutti dobbiamo lavorare nella logica della diminuzione delle possibilità di rischio”.

L’incontro di lunedì parrebbe essere il proseguimento di una serie di precedenti iniziative a partire dalla Consulta per l’Islâm italiano, nata con il ministro Giuseppe Pisanu (governo Berlusconi), proseguita con Giuliano Amato (governo Prodi) e poi diventata Comitato per l’Islâm italiano con Roberto Maroni (governo Berlusconi). La riunione del Viminale ha però generato diverse critiche, anche da parte di quei musulmani che non condividono l’iniziativa e che non si sentono rappresentati dalla delegazione convocata. Alcuni di loro hanno messo in evidenza come all’incontro non fossero presenti diversi rappresentanti di associazioni, né un solo rappresentante della comunità sciita, e che ben sette degli esponenti convocati appartengono o sono direttamente riconducibili all’Ucoii.

A questo punto è lecito porsi alcune domande, e abbiamo pensato di rivolgerle a Ibrâhîm Gabriele Iungo, il quale – seppur non sia formalmente legato ad alcuna organizzazione – è conosciuto per la sua attività in ambito dottrinale, principalmente tramite traduzioni ed interventi pubblici, largamente diffusi soprattutto tramite Internet.

D. Ibrâhîm, parlaci brevemente di te, del tuo percorso e delle tue attività. 

R. Laureando in Filosofia presso l’Università degli Studi di Pavia, studio presso l’Università Islamica di al-Madînah al-Munawwarah, in Arabia Saudita, ed ho l’opportunità di seguire corsi di studi islamici tradizionali sotto la direzione di diversi insegnanti, secondo i curricula di studi classici presenti da diversi secoli in diversi Paesi musulmani. Le mie attività si limitano dunque ad essere un servizio a quelli che sono da più di me, ed hanno dunque titolo per esprimersi circa determinate questioni: sono traduttore autorizzato di diversi Sapienti musulmani, e collaboro con alcuni enti e pubblicazioni come redattore e consulente.

D. Dal tuo punto di vista, la delegazione convocata da Alfano quanto è veramente rappresentativa in rapporto all’Islam italiano? Possiamo parlare di uno sbilanciamento verso certe associazioni a discapito di altre? 

R. Evitando di entrare nel merito di un questione di “quote” di rappresentanza istituzionale, variamente spartite o contese tra un’organizzazione e l’altra, ritengo che bisognerebbe cominciare a concentrarsi seriamente su un principio di metodo, finora tenuto molto poco in considerazione. Un organo rappresentativo delle Comunità islamiche in Italia è infatti chiamato a sintetizzare due elementi fondamentali: quello realistico dell’origine etnica di comunità migranti di diversa provenienza, attualmente preponderanti in seno alla Comunità islamica italiana, e quello prospettico dell’effettivo grado di competenza e di rappresentatività culturale e dottrinale – caratteristica di coloro che, in altri contesti, la tradizione Islamica ha indicato come “la gente dello sciogliere e del legare” (ahl al-hall wa l-‘aqd), in riferimento al carattere normativo dei loro orientamenti.

A tutt’oggi, si è generalmente privilegiato il primo elemento sul secondo, trattando il tema dell’Islâm italiano come una questione di politiche migratorie e di integrazione culturale, se non proprio di sicurezza pubblica, e non più correttamente come un riconoscimento dovuto ad una specifica comunità religiosa, cui oggi aderiscono diverse centinaia di migliaia di cittadini Italiani autoctoni, destinati in non molto tempo a diventare maggioranza. Ciò compromette od indebolisce alla radice la rappresentatività di organi consultivi che, pur rappresentando un buon principio di interlocuzione istituzionale, finiscono per costituirsi sulla base di criteri o di percezioni della situazione presente già superati dalla realtà.

D. All’incontro si è parlato di cooperazione tra associazioni e Istituzioni, diritto al luogo di culto e contrasto al radicalismo, con evidente riferimento all’Isis; dal tuo punto di vista ha senso che lo Stato interpelli le organizzazioni islamiche in rapporto al fenomeno sicurezza?

R. L’iniziativa del Ministro Alfano è chiaramente legata alla sua precedente convocazione a Washington, ad un summit sui temi legati alla sicurezza ed al terrorismo internazionale che ha coinvolto anche numerosi leaders musulmani.
Tale iniziativa, replicata in Italia, manca tuttavia di cogliere e di tenere nella debita considerazione il differente contesto locale: a prescindere dalle politiche estere degli Stati Uniti, dannose e contraddittorie, le Comunità islamiche negli Stati Uniti godono comunque di un radicamento significativo, di uno spessore culturale consolidato e di un pieno riconoscimento sul piano giuridico ed istituzionale. Al contrario, in Italia le Comunità islamiche sono ancora costrette in una condizione di informalità, quando non di semi-clandestinità, e si trovano spesso perfino a concorrere tra loro, per cercare di ottenere un qualsiasi genere di riconoscimento pubblico o di ruolo di rappresentanza istituzionale.

Dinanzi a questa evidente disparità, qualcuno ha condivisibilmente parlato di “forche caudine”: perpetuando una logica che assimila il diritto alla libertà di culto ad una questione di sicurezza nazionale, si finisce per affrontare in maniera sbagliata entrambi i temi – che andrebbero piuttosto trattati in maniera ben distinta e non equivocabile – e per infliggere un’ulteriore forma di umiliazione ai cittadini Musulmani, ancorché involontariamente e senza averne chiara percezione.

D. Alcuni esponenti presenti all’incontro sono stati più volte segnalati a manifestazioni politiche legate alle questioni egiziane e siriane e ciò fa emergere ancora una volta quella sovrapposizione tra Islam italiano e vicende legate a situazioni che nulla hanno a che fare con il nostro contesto socio-politico; tutto ciò non rischia di recare danno a tutti quei musulmani che ritengono un errore fare politica all’interno del luogo di culto?

R. La storia e l’attualità delle comunità Islamiche in Italia sono legate a doppio filo con le vicende dei Paesi di provenienza di molti Musulmani immigrati nel nostro Paese. Ritengo si tratti di un fatto normale, che non dovremmo cercare di superare in maniera forzata, bensì incoraggiando un’evoluzione naturale della situazione, evitando l’aggravarsi di tre diverse derive: l’imposizione di interlocutori istituzionali da parte di governi stranieri, la cooptazione diretta di rappresentanti comunitari da parte dello Stato italiano, ed il radicamento di forme di militanza politico-ideologica che sviluppino nel nostro Paese iniziative di propaganda e di opposizione rivolte a vicende estere. Entro certi limiti, si tratta d’altronde di sviluppi naturali e perfino legittimi.

Le istituzioni nazionali e gli organismi comunitari dovrebbero tuttavia assumersi la responsabilità di promuovere forme e figure di rappresentanza che siano il più possibile autonome da questo tipo di influenze, anche ed innanzi tutto per accrescere la loro autorevolezza e credibilità, tanto agli occhi della società civile Italiana quanto dinanzi alla Comunità islamica – Italiana e non – nel suo complesso.

D. Secondo te l’incontro di lunedì può avere ripercussioni, positive o negative che siano, sul bando per i luoghi di culto organizzato dal Comune di Milano?

R. L’incontro al Viminale potrebbe costituire un precedente, seppur ambiguo e lacunoso, nell’ottica di un’agevolazione dei lenti processi di riconoscimento già in corso a livello locale. Purtroppo, in molti casi, questi processi sono strettamente legati ad equilibri di ordine politico vigenti sul territorio, equilibri in cui la Comunità islamica finisce per essere percepita – e spesso finisce in effetti per atteggiarsi – come un soggetto politico che stabilisce alleanze od ingaggia conflitti, anziché come un soggetto civile che si ponga autonomamente al di sopra ed al di là delle parti e dei partiti.

Anche in questo caso, il “salto di qualità” non passa innanzi tutto da incontri ministeriali o da provvedimenti locali, siano essi favorevoli o meno, bensì da un approccio rinnovato da parte degli attori sociali, e dunque da un forte investimento sotto il profilo dell’autorevolezza intellettuale e culturale – che gioverebbe, contemporaneamente, anche all’ambito del contrasto all’estremismo, nonché alle dinamiche legate all’Expo ed ai rapporti economici con i Paesi musulmani d’oltremare.

D. Sul tuo profilo Facebook hai pubblicato un post in polemica con l’affermazione di Hamza Roberto Piccardo con la quale si è offerto di fare da scudo umano contro l’Isis. Ci illustreresti la tua posizione al riguardo?

R. Alla convocazione ufficiale del Ministro Alfano – cui purtroppo nessuno dei membri presenti ha fatto notare come, in tema di sicurezza, egli si sia reso responsabile di espulsioni preventive quantomeno frettolose, se non proprio del tutto illegittime, che di certo non contribuiscono ad accrescere la sicurezza del nostro Paese – hanno fatto seguito proposte ed iniziative che rischiano di aggravare la percezione dell’assenza di appropriati riferimenti sapienziali e dottrinali denunciata da molti.

Ben lungi da qualsiasi intenzione polemica, e col massimo rispetto per i nostri fratelli, da parte mia e di molti altri Musulmani italiani vi è la piena disponibilità a ragionare in maniera più coordinata e condivisa sulle problematiche che ci troviamo ad affrontare, evitando così il più possibile di ricorrere a proposte estemporanee o sensazionalistiche, che mirano più a suscitare qualche genere di consenso, che ad affrontare le questioni in maniera seria ed appropriata.

D. Dal tuo punto di vista quali potrebbero essere alcuni passi utili per contrastare l’estremismo e di cosa hanno realmente bisogno i musulmani italiani oggi?

R. I Musulmani italiani hanno bisogno innanzi tutto di modellare la loro identità su basi dottrinali e sapienziali autorevoli ed il più possibile condivise, investendo nell’ambito della formazione e dell’attività intellettuale e culturale, per contribuire a colmare il grave vuoto di riferimenti in cui ci troviamo ad operare, ed in cui determinati fenomeni devianti hanno dunque buon gioco a crescere ed a prosperare.

Essi hanno però bisogno altresì di una politica comunitaria e di un partenariato istituzionale lucidi ed inclusivi, che possano configurare le istituzioni Italiane come interlocutori neutrali ed informati, e non come agenti repressivi di cui temere l’ingerenza, né come potentati di cui contendersi concorrenzialmente i favori e le simpatie.

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