Sul ritrovamento di antichi manoscritti coranici

Quranic-fragmentIn merito al recente ritrovamento di un manoscritto coranico molto antico, nella biblioteca di Birmingham – e più in generale, a proposito di qualsiasi scoperta di questo genere, effettuata da storici o ricercatori – è necessario tenere presente alcune importanti considerazioni.

1) Dal punto di vista dell’autenticità di un’opera scritta, laddove la metodologia scientifica occidentale considera innanzi tutto l’antichità di un reperto, la metodologia islamica classica valuta invece in maniera preponderante l’identità del suo autore e l’affidabilità delle fonti da cui è tratto: laddove un reperto risalga all’epoca del Profeta (ﷺ), è dunque essenziale che esso provenga da una persona degna di fede (thiqâ), e che sia tratto da fonti affidabili, affinché possa rivestire un qualsiasi interesse dal punto di vista dottrinale. 

2) Il nobile Qur’ân non rientra tra le opere scritte di cui si possa verificare l’autenticità sulla base di reperti antichi o di comparazioni testuali, poiché esso è stabilito (thâbit) innanzi e soprattutto dalla sua trasmissione orale per via mnemonica (hifzh), attuata da un gruppo di narratori che lo appresero direttamente dal Profeta Muhammad (ﷺ), senza trascriverlo integralmente su fogli, pergamene o altri supporti materiali.

La sua successiva scrittura in sette copie, durante l’epoca di Sayyidunâ ‘Uthmân ibn ‘Affân, non avvenne dunque a fini di autenticazione (tawthîq), poiché la prova definitiva dell’autenticità del testo coranico fa riferimento alla sua trasmissione orale, di generazione in generazione, da maestro a discepolo, tramite una quantità di catene di narrazione (asânîd) unanimemente concordi tra loro, e talmente numerose e diffuse (mutawâtir) da non poter esser state fabbricate artificialmente da pochi individui nel corso dei secoli. 

Fu a questo largo numero (tawâtur) di catene di narrazioni che fecero riferimento le sette copie di cui fu ordinata la compilazione da Sayyidunâ ‘Uthmân: successivamente, queste sette copie furono trasmesse a loro volta tramite un grande numero (mutawâtir) di esemplari, e furono dunque considerate la fonte dell’autenticazione delle diverse letture (qirâ’ât) del Santo Qur’ân. E’ in tal modo che la condizione per cui le narrazioni orali costituivano l’unico riferimento in relazione all’autenticità del Qur’ân fu successivamente sostituita dalla possibilità di rintracciare un verso (âyâ) in una delle sette copie manoscritte, senza che ciò abrogasse il carattere paradigmatico delle narrazioni orali. 

3) Lo stesso processo di trascrizione e di ricopiatura del nobile Corano è stato poi sottoposto nel corso dei secoli ad un preciso ed articolato processo di codificazione, controllo e supervisione da parte di generazioni di Sapienti musulmani, che hanno unanimemente concordato e confermato i suoi esiti.

Qualsiasi copia o narrazione che eventualmente si discostasse, in una o più parti, da quella unanimemente approvata da generazioni di Sapienti e di memorizzatori (huffâzh) musulmani dovrebbe dunque considerarsi un caso singolare, i cui contenuti sono umanamente soggetti ad errore od imprecisione, e che non inficia minimamente né l’autenticità né l’integrità del nobile Corano, quale è conosciuto e diffuso tra i Musulmani.

A questo proposito, è sufficiente notare come alcune copie manoscritte (masâhif) realizzate dagli stessi Compagni del Profeta (ﷺ) – i quali sono da considerarsi tutti degni di fede (thiqât) – contenessero alcune parole ulteriori rispetto alla narrazione orale prevalente: esse furono rigettate dall’insieme (jumhûr) dei Sahâba secondo consenso unanime (ijmâ‘a), e furono dunque considerate elementi di commento (tafsîr), non Qur’ân – sulla base del carattere definitivo e dirimente del testo delle narrazioni orali. 

4) E’ importante ricordare inoltre come la trasmissione tramite libri e fogli costituisce il metodo più debole di trasmissione: presso i sapienti della metodologia del hadîth, essa è chiamata wijâdah (وجادة), e non costituisce in se stessa una prova sufficiente, né rispetto alla trasmissione del Qur’ân, né a proposito dell’autenticità di un qualsiasi hadîth.

5) Non teniamo perciò in alcuna considerazione la scoperta di un qualsiasi foglio o pergamena pur risalente al primo secolo, anche laddove questo fosse scritto da un Compagno del Profeta (ﷺ), se questo avesse parole diverse od ulteriori rispetto a quelle trasmesse consensualmente per via orale e mnemonica – ciò che rappresenta l’unico effettivo criterio paradigmatico nella definizione dell’autenticità del nobile Qur’ân. 

L’eventuale ritrovamento di manoscritti coranici più o meno antichi può dunque costituire un fatto di interesse culturale, ma non certo un elemento di una qualche rilevanza dottrinale, rispetto a cui l’ultima parola è già stata profferita dall’Altissimo (ﷻ), laddove ha garantito l’inalterata e miracolosa preservazione della Sua Parola: 

إِنَّا نَحْنُ نَزَّلْنَا الذِّكْرَ وَإِنَّا لَهُ لَحَافِظُونَ
«Invero Noi abbiamo rivelato il Ricordo, ed invero ne siamo i custodi». 

E la Pace e la benedizione divina siano su Colui Che fu descritto come «un Corano che incede sulla terra», il nobilissimo Inviato di Allah, e sulla Sua Famiglia e sui Suoi Compagni, e su tutti coloro che li seguono nella fede, fino al Giorno del Giudizio.

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