Sull’invalidità del patto di fedeltà a Abu Bakr al-Baghdadi

D: Abû Bakr al-Baghâdî, capo dell’organizzazione conosciuta come ISIS/Dâ‘ish, ha proclamato la ricostituzione del Califfato (Khilâfah) ed ha attestato l’obbligatorietà per tutti i Musulmani di prestargli atto di fedeltà (bay‘ah). Quale validità ha questa sua proclamazione, e qual è lo statuto legale (hukm) del prestargli fedeltà?

R: Il Califfato costituisce una questione politica di interesse generale, universalmente legata all’intera Nazione Islamica, che certamente non può essere definita da un piccolo gruppo di credenti, né può essere stabilita da un manipolo di miliziani.

Dice l’Altissimo (ﷻ), nel Capitolo della Consultazione (v. 38) in riferimento ai credenti:

وَأَمْرُهُمْ شُورَىٰ بَيْنَهُمْ
«E la cui condotta è [determinata da] una consultazione tra loro»,

in particolare laddove ci si riferisca a questioni legate al governo, all’indicazione dell’autorità politica ed all’elezione consensuale di un governante legittimo. Si riporta che Sayyidunâ ‘Umar (Allâh ne sia soddisfatto) disse a questo proposito, nell’ambito di un discorso più lungo: «A chiunque presti atto di fedeltà ad un uomo senza consultare i Musulmani, non si presti fedeltà, né se ne presti a colui cui egli ne ha prestata, per timore che entrambi possano essere uccisi». [1]

Ha spiegato Ibn al-Athîr, commentando questa narrazione:

Il termine at-taghirrah (rischio, pericolo mortale) è un nome verbale che indica il mettere in pericolo qualcuno. [..] Il significato del hadîth è che la modalità appropriata per prestare fedeltà è che ciò abbia origine da una consultazione e da un accordo; cosicché, se due uomini procedono [invece] autonomamente, senza un gruppo [che rappresenti la maggioranza degli interessati], e l’uno presta fedeltà all’altro, ciò costituirà uno scisma ed un aperto rigetto del [parere del]la maggioranza. [2]

In linea di principio, non è dunque lecito assumere una funzione di governo, avanzare pretese a suo proposito od appuntare qualcuno in questo ruolo senza che ciò sia frutto di una consultazione (mashûrah) – e se ciò è vero a livello locale, lo è a maggior ragione per quanto concerne la questione del Califfato, che non riguarda soltanto uno o più gruppi di Musulmani, bensì estende la sua autorità alla Nazione Islamica nel suo complesso.

La messa in atto e la verifica di questa consultazione è riservata innanzi tutto ai dignitari ed ai maggiorenti della Comunità islamica: coloro che vi esercitino cioè una qualche forma sostanziale di autorità o di influenza – politica, economica o dottrinale – e che sono conosciuti come “la Gente dello sciogliere e del legare” (Ahl al-Hall wa l-‘Aqd). A costoro spetta in prima istanza il diritto di esprimere una formale investitura politica, tramite un patto di accordo contrattuale (bay‘atu l-in‘iqâd), indirettamente ratificato in seguito dal resto della popolazione tramite un generale impegno di obbedienza (bay‘atu t-tâ‘ah).

Le pretese al Califfato di Al-Baghâdî sono basate su una consultazione? 

E’ evidente che Abû Bakr al-Baghâdî, nel proclamare la ricostituzione del Califfato, non ha consultato né la generalità dei Musulmani né i loro notabili, su cui pure pretende di estendere la propria autorità. Al contrario, le sue asserzioni hanno incontrato il rifiuto non soltanto della vasta maggioranza dei Musulmani nel mondo, ma anche della maggior parte dei Musulmani in Siria e in Iraq, solo alcuni dei quali hanno riconosciuto la sua autorità.

Inoltre, tra le stesse fila di coloro che condividono la metodologia dottrinale di Abû Bakr al-Baghâdî, innumerevoli sono coloro che gli si sono opposti e ne hanno apertamente preso le distanze, criticandone il ricorso sistematico agli anatemi e alle brutalità, così come numerosi sono gli esempi di suoi stessi seguaci che lo hanno abbandonato e criticato, e che ne hanno formalmente respinto le pretese all’autorità del Califfato.

Colui che non ha ottenuto un chiaro riconoscimento nemmeno dai dignitari e dai sapienti Musulmani delle regioni su cui asserisce di esercitare direttamente la propria autorità, né ha ottenuto un chiaro consenso tra le fila dei suoi stessi sostenitori e simpatizzanti, come potrebbe mai avanzare una qualsiasi pretesa sulla Nazione Islamica nel suo complesso?

L’organizzazione ISIS/Dâ‘ish è in grado di difendere un califfato? 

Tra le condizioni della validità del Califfato vi è la capacità, da parte del suo detentore, di garantire la stabilità (tamkîn) delle sue istituzioni e la protezione delle terre poste sotto la sua autorità e giurisdizione.

Al contrario, è evidente che l’organizzazione conosciuta come ISIS/Dâ‘ish – pur essendosi affrettata a proclamare la ricostituzione del Califfato – non ha invece la capacità di difendere nemmeno i territori caduti sotto il suo diretto controllo, che sono infatti bersaglio di continue incursioni aeree e terrestri, con gravi conseguenze presso la popolazione,  senza che si riesca a porvi un termine in maniera definitiva.

Colui che non è in grado di assicurare la stabilità e la sicurezza di un piccolo emirato, come potrebbe mai avanzare una qualsiasi pretesa sulla Nazione Islamica nel suo complesso?

Qual è lo statuto legale del prestare fedeltà a questo pseudo-califfato? 

La fedeltà prestata al califfato proclamato da Abû Bakr al-Baghâdî è fondamentalmente illecita e sostanzialmente nulla, priva di validità e di conseguenze sul piano della giurisprudenza – essendo tale istituzione priva delle condizioni per la sua validità: nessun Musulmano è tenuto a riconoscerne la legittimità, a sostenerla ed a prestarvi fedeltà.

Al contrario, tale patto di fedeltà costituisce attualmente un aperto invito a tradire il patto sociale che lega i Musulmani nei loro rispettivi Paesi, fomentando ulteriori divisioni e contrapposizioni, laddove a questo proposito l’Inviato di Allâh disse (ﷺ): «Chiunque si separi dalla Comunità (jamâ‘ah), foss’anche di un palmo, e muoia [in questa condizione] la sua morte è [analoga a quella di chi si trovi nella condizione] dell’ignoranza pre-islamica (jâhiliyyah)».

Colui che abbia prestato atto di fedeltà ad Abû Bakr al-Baghâdî non è tenuto né ad osservare il suo impegno né ad obbedirgli: piuttosto, mantenere questa fedeltà costituisce uno dei peccati maggiori (kabâ’ir) ed una causa di scisma e di sedizione (fitna) in seno alla Comunità, e defezionare dal sostegno rivolto a quest’organizzazione costituisce un obbligo religioso (wâjib), per chiunque ne abbia la possibilità. والله اعلم


[1Sahîh al-Bukhârî (6830).

[2] Ibn al-Athîr, An-Nihâya fî gharîbi l-Hadîth wa l-Athar (3/156).

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