E’ lecito bere vino senza ubriacarsi?

In queste ore, i media stanno diffondendo la notizia secondo cui Shaykh Khâled El Gendî, membro del Consiglio Supremo per gli Affari Islamici dell’Egitto, avrebbe sostenuto che «bere alcol senza ubriacarsi non è illecito» – posizione che è stata immediatamente indicata da alcuni commentatori come «un’autorevole voce fuori dal coro [..] che dimostra che le possibilità di interpretazione della fede islamica sono infinite».

La questione è invero ben diversa: nel contesto di una trasmissione televisiva di carattere divulgativo, in cui si offre una panoramica delle posizioni (aqwâl) espresse dalle quattro scuole tradizionali (madhâhib) della giurisprudenza Sunnita a proposito di diverse tematiche, lo Shaykh si è infatti limitato ad illustrare la posizione dell’Imâm Abû Hanîfa (رحمه الله) sul consumo di sostanze fermentate – posizione che non ha dunque alcunché di innovativo, e che non attesta affatto né la liceità del vino, né l’incondizionata permissibilità del consumo di sostanze alcoliche

Al contrario, l’Imâm Abû Hanîfa (رحمه الله) confermò chiaramente l’illiceità del consumo di vino (khamr) e di sostanze che provochino ebbrezza (sukr), senza però considerarle impure (najis) in se stesse, aprendo così alla possibilità che queste siano utilizzate in altri contesti, laddove la loro presenza non dia luogo a forme di intossicazione o alterazione.

La posizione delle quattro scuole tradizionali sul consumo di sostanze alcoliche 

ottoman_coffeehouse_largeLa posizione giuridica largamente maggioritaria indica che il consumo di qualsiasi sostanza inebriante o intossicante – sia essa liquida o solida, e quale che ne sia l’origine – sia da considerarsi illecito (harâm) in qualsiasi quantità [1]: tale posizione è sostenuta consensualmente dalla vasta maggioranza degli interpreti qualificati (mujtahidûn), tra cui gli Imâm Mâlik e as-Shâfiî, nonché dall’Imâm Muhammad ibn Hasan as-Shaybânî e dai giuristi posteriori della stessa scuola Hanafita (رحمهم الله), che hanno indicato come la proibizione generale sia da considerarsi come la principale posizione di riferimento nell’espressione di opinioni giuridiche (fatâwa).

L’indicazione (dalîl) su cui basa questa posizione è il hadîth di Ibn ‘Umar in cui il Profeta ﷺ indicò generalmente come «ogni sostanza inebriante (muskir) è [analoga al] vino (khamr), e ogni sostanza inebriante è proibita (harâm)». (Muslim) Nello stesso senso, Abû Burda ha riportato da suo padre che, quando il Profeta ﷺ fu informato di una bevanda a base di orzo, chiamata al-Mizr, e di una bevanda a base di miele, chiamata al-Bit‘ – entrambe tipiche dello Yemen – replicò sinteticamente che «ogni sostanza inebriante è proibita (harâm)». (Bukhârî e Muslim)

Nell’opinione dell’Imâm Abû Hanîfa, adottata anche dal suo studente al-Qâdî Abû Yûsuf (رحمهما الله), si stabilisce invece una distinzione, che – a partire dalla generale proibizione profetica (nahy) – individua diversi tipi di sostanze, valutate secondo la loro attuale capacità di provocare intossicazione (sukr), anziché in base al processo di fermentazione da cui sono tratte o alla possibilità che diano potenzialmente adito ad intossicazione.

La distinzione dell’Imâm Abû Hanîfa tra i diversi tipi di sostanze fermentate

a) Il vino derivato dall’uva: dal punto di vista linguistico, esso corrisponde direttamente al termine khamr (خمر), che indica letteralmente il succo d’uva fermentato [2]: esso è proibito da un’indicazione inequivocabile (dalîl qat‘î) del Nobile Corano (Sûratu l-Mâ’idah 5, 90), nonché da tradizioni profetiche (ahâdîth) riportate da numerosi trasmettitori (tawâtur), e secondo unanime consenso sapienziale (ijmâ‘) [3]. Esso è dunque illecito (harâm) e impuro (najis), il suo consumo è proibito in qualsiasi quantità, anche laddove non provochi ebbrezza, e negarne l’illiceità costituisce un atto di miscredenza (kufr).

b) Il vino derivato da datteri e uva passa: questa bevanda fu proibita dal Profeta ﷺ laddove egli indicò viti e palmizi, dicendo: «Il vino viene da questi due alberi» (Muslim). Alla luce di ciò, ci fu consenso tra i Compagni (Sahâba) nel considerare illecite le sostanze fermentate ricavate dai frutti di queste piante – consenso trasmesso dalle successive generazioni di Sapienti, che ne hanno così assimilato la condizione (hukm) a quella del vino comune: illecite e impure, il consumo di tali sostanze è dunque ugualmente proibito in qualsiasi quantità, anche laddove non provochino ebbrezza; tuttavia, a differenza del vino (khamr) propriamente inteso, negarne l’illiceità non equivale ad un atto di miscredenza (kufr), ma piuttosto un pur grave indizio di corruzione (fisq).

c) Sostanze fermentate tratte dal miele, dai fichi, dal frumenti, dall’orzo, dal mais o altro, le quali – in assenza di un testo esplicito (nass) che ne sancisca formalmente l’illiceità – non vengono considerate proibite ed impure in sé, bensì laddove le si consumi in maniera analoga alle bevande summenzionate, ciò nella misura in cui se ne ricerchi deliberatamente degli effetti intossicanti, laddove se ne consumi una quantità tale da provocare ebbrezza – ancorché minimi o trascurabili, mutevoli in base a condizioni soggettive – o laddove il consumo avvenga in vano (lahw), al di fuori di specifiche necessità [4].

Nel corso del suo intervento, lo Shaykh El Gendî indica tre categorie di sostanze che ricadono in questa terza tipologia, distinte a loro volta sulla base del grado di intossicazione che possono provocare – intendendo per intossicazione quell’ubriachezza che non consenta di distinguere l’alto dal basso: 

  1. Sostanze che provocano ebbrezza assumendone una piccola quantità
  2. Sostanze che provocano ebbrezza assumendone una grande quantità
  3. Sostanze che non provocano ebbrezza nemmeno in grande quantità

Se tale distinzione consente, da un lato, un approccio chiaramente più comprensivo, rispetto alle varie forme di alcol sintetico presente oggi in diversi prodotti alimentari o farmaceutici, d’altra parte mantiene dunque ferma la proibizione di liquori e birre – ad esempio – i cui effetti e le cui modalità di consumo ricadono comunque tra le condizioni determinanti un carattere di illiceità. [5]

 

In conclusione, illustrando la ratio sottesa alla posizione dell’Imâm Abû Hanîfa (رحمه الله), lo Shaykh El Gendî ha quindi chiaramente spiegato come – sebbene tale posizione si distingua per porre l’attenzione sull’attuale carattere intossicante di una determinata sostanza, anziché sulla sua capacità potenziale di provocare ebbrezza (sukr) – ciò non implichi affatto né la liceità del consumo di vino d’uva o di datteri, proibito da specifiche indicazioni testuali (nusûs),  di alcuna altra sostanza che provochi effettivamente ebbrezza in chi la consumi, quale che ne sia l’origine.


[1] Ibn Hazm, Marâtib al-Ijmâ‘.

[2] San‘ânî, Subul as-Salâm.

[3] Marghinânî, Al-Hidâya; Ibn Hajar, Takhrîj ad-Dirâya.

[4] Mawsilî, Ikhtiyâr; Marghinânî, Hidâya; Maydânî, Lubab.

[5] Faraz Rabbânî, Fatâwa.

 

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...